Sebastiao Salgado, l'altro volto dell'uomo

In: Attualità On: Pubblicato da: Sara Cifarelli Hit: 87

"La fame assomiglia all’uomo che questa stessa fame sta uccidendo. L’uomo assomiglia all’albero che sta abbattendo. Gli alberi hanno braccia, le persone hanno rami. Corpi rugosi, nodosi, alberi fatti d’ossa, gente fatta di radici e nodi che si prosciugano al sole. Alberi e persone senza età. Tutti nati migliaia di anni fa: chi sa dire quanti?

Eppure rimangono sempre in piedi, inspiegabilmente sotto un cielo che li ha dimenticati. Questo mondo è così triste che l’arcobaleno appare in b/n e così brutto che gli avvoltoi volano capovolti dietro ai moribondi. Come dicevano le parole di una canzone messicana: la vita scorre nel rigagnolo come il sudiciume nell’acquario. Eppure la luce è un segreto sepolto sotto i rifiuti e le fotografie di Salgado ci parlano appunto di questo segreto. L’emergere dell’immagine dal liquido di sviluppo, quando la luce viene fissata per sempre nell’ombra, è un momento irripetibile che si stacca dal tempo e viene trasformata in ciò che per sempre è. Queste fotografie continueranno a vivere ben oltre i loro soggetti e l’autore, poiché attestano la nuda verità e l’occulto splendere del mondo. La macchina fotografica si sposta nell’oscurità violenta, cerca la luce, la insegue furtivamente. La luce scende dal cielo o scaturisce dentro di noi? L’istante della luce intrappolata, quello splendore, nelle fotografie ci rileva ciò che non è visto, ciò che è stato visto ma è passato inosservato: una presenza non percepita, una poderosa assenza. Ci mostrano che nascosti nel dolore della vita e nella tragedia della morte, vi sono una possente magia e un luminoso mistero in grado di redimere le avventure umane nel mondo. La bocca, non ancora morta, attaccata al beccuccio di una caraffa. La caraffa bianca, lucente: un seno. Quella nuca – di un bimbo, uomo, vecchio - non ancora morta ma già data per spacciata, non riesce più a sostenere il peso del capo. La sua fotografia, come un ritratto multiplo del dolore dell’uomo, invita allo stesso tempo a celebrare la dignità del genere umano. Brutalmente franche, queste immagini della fame e della sofferenza sono insieme rispettose e decenti. Pur non avendo rapporti con il turismo della miseria, non violano lo spirito umano ma penetrano in esso per rivelarlo. Sono a volte scheletri, a volte cadaveri, pur provvisti di dignità, che è tutto ciò che rimane loro. Sono stati spogliati di tutto ma conservano la dignità. Questa è la fonte della loro ineffabile bellezza. Non si tratta di un osceno esibizionismo di povertà: è una poesia dell’orrore perché in esse vi è un senso di onore. In Andalusia mi raccontarono di un pescatore poverissimo che vendeva conchiglie offrendole in un cestino, di casa in casa. Quel povero pescatore si rifiutò di venderle a un giovane che gliele aveva chieste tutte offrendogli la somma che avesse preteso. Non le vendette in quanto il giovane gli stava antipatico sostenendo: io sono il padrone della mia fame. Salgado fotografa la gente. I fotografi occasionali fotografano fantasmi. Come articolo di consumo, la miseria è una fonte di piacere morboso e di molto denaro. La miseria è una fonte che raggiunge un elevato prezzo sul mercato del lusso. I fotografi della società dei consumi le si avvicinano e poi fuggono, guardano senza vedere e le loro fotografie codarde non lasciano segnali sufficienti al risveglio delle coscienze. La solidarietà aiuta. Salgado fotografa dall’interno, in solidarietà. Quando è andato nel deserto del Sahel ci è rimasto 15 mesi e 7 anni in America latina. I miniatori della Serra Pelada: corpi d’argilla. Oltre 50.000 persone del Brasile settentrionale, sepolti nell’argilla, alla ricerca di oro. Scalano nella montagna curvi sotto carichi d’argilla e a volte scivolano. Ricerca della luce della vita umana, per svelarla con tragica intensità, con dolce tenerezza. Questa è arte ridotta all’essenziale. Un linguaggio nudo che parla per gli ignudi della terra. Non c e nulla di superfluo in questa immagini, scrive di retorica, demagogia o polemica. La realtà parla un linguaggio di simboli. Scatti che immortalano momenti perfetti dove l’immagine si trasforma in simbolo, simbolo del nostro tempo e del nostro mondo. Immagini del XX secolo. Dal loro possente silenzio queste immagini/ritratti mettono in dubbio le ipocrite frontiere che salvaguardano l’ordine borghese." Sebastiao Salgado, Un incerto stato di grazia

Nato nel 1944 nello stato di Minas Gerais in Brasile, una valle grande famosa per le miniere d’oro e ferro e a quel tempo ricoperta per metà dalla foresta atlantica, in una famiglia di agricoltori che coltivavano, mais, patate, frutta e latte, in armonia con la natura. I progetti fotografici che documentano diversi luoghi della terra, spesso della durata di anni, si ricollegano a modo loro ai grandi spazi del Brasile, un richiamo alle sue origini. Salgado è sempre stato abituato a grandi spostamenti poiché fin da piccolo si spostava a cavallo per le vallate o andava a piedi a trovare le sorelle sposate imparando presto a viaggiare. I lunghi spostamenti familiari che richiedevano anche 50 giorni gli permisero fin da giovane di osservare il paesaggio e di sperimentare quella lentezza che caratterizza la fotografia. Al momento di fotografare, secondo Salgado, bisogna agire con calma, adattarsi alla velocità della vita anche se il nostro mondo viaggia velocemente.

Ed è il Brasile che grazie a quel cielo ricco di nuvole, tra luci e ombre, fa sì che il chiaroscuro entri nei suoi scatti. Scatti che testimoniano contenuti sociali molto differenti tra loro: dal nudo ai ritratti, dallo sport al paesaggio toccando tematiche scomode come le storie di immigrati e clandestini, prima in Francia e poi in Europa, e l’aspetto più importante che da sempre ha segnato la vita dell’uomo: la fame. Anche lui cresciuto in un paese sottosviluppato, ha cercato attraverso la fotografia di portare alla luce un mondo sfruttato e pieno di dignità.

In Africa i primi reportage sono stati pubblicati su Christiane e La Vie o SOS e tutti questi giornali avevano una enorme tiratura, lavorando con UNICEF, MSF, UNHCR, restando vicino al mondo della solidarietà. Salgado considera la fotografia una forma di scrittura pari alla poesia. Spinto dalla curiosità e dalla volontà di testimoniare le bellezze del mondo, scatta da sempre scorci naturali incontaminati accostandoli alle ingiustizie sociali. Sente la necessità di andare dove lo spinge la curiosità per cogliere le bellezze del mondo e i suoi meccanismi a volte difficili; la rabbia lo guida e lo conduce in un determinato posto scattando immagini secondo ciò che sente e che merita di essere testimoniato. Nel 1984 con Medici Senza Frontiere Salgado si recò nel Sahel per testimoniare le vite delle popolazioni distrutte a causa della siccità realizzando un grande reportage per 18 paesi in Mali, Etiopia, Ciad, Sudan e Etiopia; nel campo di accoglienza di Korem c’erano 80.000 persone ammassate, un evento testimoniato nel reportage del quotidiano francese Liberation. L’anno dopo uscirà il libro Sahel, la fine del cammino. Non basta fermarsi poco o una sola volta per raccontare, è necessario tornare o vivere anche anni in quel luogo: la fotografia gli ha permesso di seguire l’evoluzione della storia. Adora restare per ore a osservare, spiare e comporre inquadrature, lavorando a fondo sulla luce. Tutto si definisce poi in laboratorio giocando sull’effetto della luce in quanto la pellicola in b/n è composta da un insieme di chiaroscuri che determinano la gamma dei grigi.

Spostandosi in America, fra il 1977 e il 1984, visitò l’Ecuador, Guatemala e Messico lavorando nelle varie comunità di indios, con i lavoratori delle città e campagne, delle montagne e autoctoni. Grazie a questi reportage ricevette il Prix de la Ville de Paris per Autres Ameriques con 49 foto più la copertina, il suo primo libro. La mano dell’uomo è un altro progetto che lui e la moglie hanno pensato per raccontare il lavoro manuale dell’uomo attraverso i reportage, circa 40, tra il 1986 al 1991. Visitando tenute agricole, fabbriche e miniere documentò il lavoro applicato alla materia prima, definita come una catena di montaggio, progetto significativo perché coglie l’uomo fiero nell’atto del produrre attraverso la sua ingegnosità come può essere la costruzione di una nave. Ed è proprio nell’assemblaggio di una nave che la materia prima fa il giro del mondo; prima di essere messa in acqua, la nave è un ammasso di ferraglie assemblate e per essere rottamata viene portata in Bangladesh o in India o Pakistan e smembrata recuperando i pezzi di ferro per fare coltelli, utensili agricoli, ecc, le eliche in bronzo diventano teiere, orecchini e accessori vari per le donne. E come l’altra faccia della moneta, Salgado ne documentò anche la realtà più scomoda: la nave nasce in una miniera di carbone e di ferro, materie prime che compongono l’acciaio per essere trasformato in lamine che unite strutturano la nave. La silicosi che corrode i polmoni di chi lavora in queste miniere colpisce gli operai anche dei cantieri navali testimoniata in La mano dell’uomo. Il libro pubblicato nel 1993, racconta la riorganizzazione familiare a causa delle emigrazioni, in seguito allo sviluppo dell’urbanizzazione, simbolo degli spostamenti planetari industriali causando nella prima metà degli anni ’90 l’abbandono delle campagne da parte di 200 milioni di persone. Il sovraffollamento cittadino causò precarietà, povertà, epidemie e violenza.

Il progetto In cammino invece, della durata di sei anni, rende omaggio alla volontà di inserirsi, al coraggio di chi affronta lo sradicamento e la capacità di adattamento. Agli albori del XXI secolo Salgado cercò di far comprendere la necessità di rifondare la famiglia umana sulla base della solidarietà e della condivisione. Dal 2000 Salgado si interessò al problema del disboscamento della foresta Amazzonica fondando come forma di tutela ambientale l’Istituto Terra, un centro di formazione sulle foreste che accoglie guardie forestali, agricoltori, sindaci, ecc. e posso andare in visita anche le scuole in modo da sensibilizzare i bambini alla salvaguardia dell’ecosistema. Fu necessario ripiantare 2,5 milioni di alberi e 200 specie diverse per ripristinare l’ecosistema e ci riuscirono grazie a alcuni finanziatori: Celio Vale, direttore dei parchi e delle foreste del Minas Gerais, ambientalisti e dirigenti della compagnia mineraria locale Vale, il Fondo brasiliano per la biodiversità e la Banca Mondiale a Washington insieme a imprese e fondazioni in Austria, Spagna e Italia, creando il primo parco nazionale del Brasile. Da qui partì il progetto Genesi per testimoniare la natura incontaminata nel mondo, per il 46%, luoghi non adatti ad ospitare l’uomo, come l’Antartide, per il 99,9% ancora vergine così come le terre a oltre 3.000 metri di altitudine. Nel 2002 il progetto era pronto per essere concretizzato e pubblicato nel 2013: 32 reportage in giro per il mondo attraverso percorsi a piedi, in aereo, in barca, in canoa, in mongolfiera scoprendo le storie del mondo grazie ai racconti di donne, uomini e bambini con occhi positivi e curiosi. Salgado comprese il legame che collega tutti noi a uno stesso sistema – il sistema Terra – grazie a un incontro fortuito durante il primissimo reportage alle Galapagos. Mentre osserva una iguana, un rettile che, a priori, ha ben poco in comune con gli esseri umani, guardando le zampe anteriori immaginò la mano di un guerriero del Medioevo. Le squame ricordano la giubba di maglia di ferro che nascondono le dita dell’uomo. Con Genesi Salgado testimoniò la dignità e la bellezza della vita nelle sue diverse forme definendone l’origine comune. Genesi come punto d’origine che ha permesso lo sviluppo della specie: il prodigio che accomuna e diversifica.

Nessuna foto da sola più risolvere i problemi del mondo, ma ha il potere di scuotere le coscienze.

In copertina:

S. Salgado, Nomadi affamati in cammino sul lago, 1985

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