L'attivo e il passivo nel mancante di Lacan - Seconda parte

In: Psicologia On: Pubblicato da: Sara Cifarelli Hit: 203

Freud riporta le sue teorie psicanalitiche attraverso l’interpretazione dei sogni, a differenza di Lacan associandole al rapporto umano madre-bambino.

La teoria del Mancante di Lacan sostiene che senza la disgregazione non avviene la formazione dell’individuo. Per cui, la disgregazione che noi percepiamo nelle due personalità frammentate – Attivo e Passivo – esprimono la giusta dimensione della personalità permettendoci di lavorare sul nostro equilibrio. Siamo costretti a cercare il modo di riempire il vuoto della madre che può diventare sinonimo di ossessione e di dipendenza anche nell’età adulta; se la madre ha dominato non c’è dipendenza, ne forza, ne iniziativa, ne coraggio poiché il dominio del Fantasma è presente in noi e ci governa e limita. Il Fantasma – secondo Lacan – ci accompagna in tutta la nostra esistenza, anche se non lo percepiamo ed è dentro di noi intento a contorcere, ridimensionare, distruggere nelle due identità in eguale misura.

Cos’è quindi il Mancante? Il Mancante può essere qualsiasi oggetto che bramiamo di possedere e controllare.

Da dove nascono gli estremi, i conflitti e le perdite della vita? Il Passivo e l’Attivo, determinate dal Mancante, sono le due possibili identità dell’uomo – discusse da Lacan – determinate dal rapporto con la madre. Attraverso quel rapporto, che andrà a definire l’equilibrio vitale del bambino, si attuerà l’eterna frammentazione della permanenza del Mancante identificato nella madre. Un grande dramma che porta a quei processi inconsci presenti dalla nascita, la prima fase evolutiva in cui il bambino riconosce la figura della madre che andrà a confinare con lo specchio scorgendone, in quel riflesso, la sua immagine convincendosi illusoriamente di essere un tutt’uno con lei. Nel periodo dello svezzamento fino alla sua graduale autonomia, il bambino inizierà a cercare il suo Mancante, una lunga e faticosa attività temporale nel ritrovare se stesso per definire quel Mancante che domina la sua vita, il famoso Feticcio – un altro sinonimo per identificare il Mancante – che altro non è che l’oggetto che ci trasciniamo e che ci ostiniamo a possedere. Tipico dell’Attivo è il suo continuo procedere munito di quel piccone che lo guida in questa ostinata ricerca nella volontà del trattenere il suo Mancante. L’Attivo è una identità aggressiva che non allena il suo immaginario poiché affaticato dal peso del piccone. Egli sà che deve procedere picconando anche se il motivo non è chiaro, sà che dovrà comunque procedere senza sosta spinto dalla ricerca del suo Mancante. La personalità Attiva infine a cosa va incontro? A una profonda lacerazione interiore, un limite temporale che non gli consente di viversi ne di vivere gli altri, in un costante stato di ansia celato dalla volontà di non svelarsi all’occhio esterno poiché nel momento in cui si esporrà saprà che dovrà poggiare quel piccone.

Cos’è quindi l’immaginario? Gli archetipi, i sogni, i desideri, le conquiste, tutte simbologie che arricchiscono e danno corpo all’anima.

Parliamo appunto di interessi come l’arte, la musica, lo sport, le letture, i film, i racconti, farsi raccontare.. raccontare.. e allora si aprono i condotti chiusi della mente che consentono di attivare i meccanismi dell’immaginario, una linfa vitale che toglie ansie e paure. Una terapia naturale. E’ necessario lavorare dentro di sé per ristrutturare la personalità altrimenti si andrà incontro a crisi emotive. Noi pensiamo che dipenda dagli altri - il marito, la sorella, l’amico - e invece è il nostro Mancante che pulsa, continuamente. Freud sostiene che esista una associazione alla libido collegata all’insoddisfazione sessuale connessa alla ragione dell’equilibrio poiché essa è la componente necessaria per riconoscere l’altro, ma se subentra il Mancante che domina, l’altro non può essere identificato. Il non percepire l’altro fuori di sé porta alla disgregazione perché si ama nel momento in cui si riconosce l’altro. Come facciamo ad amare se non riusciamo a riconoscere? E qui subentra il limite dell’amare l’altro, la difficoltà della non riconoscibilità reciproca – definito da Lacan come il Significante Attivo. Se l’altro non è disposto a riconoscerci si rimane nella condizione del non desiderio, fermi nell’impossibilità di esprimere impulsi, emozioni, la castrazione dell’individuo secondo Freud. Possiamo vivere accanto a una persona che ci rende infelici, castrandoci nella nostra illusione di essere capiti, amati, desiderati. In verità non lo siamo. Anche noi possiamo castrare l’altro mostrando un atteggiamento di indisposizione nel momento in cui non sveliamo il nostro Mancante, divenendo statue che fingono di sentirsi incomprese e vittime dei rapporti – chiusi, egoisti, paranoici, instabili. Il motivo? Perché non è avvenuta la realizzazione dei due mancanti lavorando ognuno su binari diversi senza mai incontrarsi. Subentra una condizione di solitudine nonostante la presenza dell’altro.

Quando entra in gioco la personalità del Passivo abbiamo la reazione opposta, perché non trattiene, non possiede il piccone. Proteso verso esperienze di qualsiasi genere, non per nevrosi o per ostentazione – come l’Attivo – ma semplicemente perché non è materialista, sa che deve produrre, lavorare per vivere. Ora il Feticcio è dentro, e nella condizione del dentro il Passivo lavora di immaginario per mezzo di tutte quelle condizioni spirituali, intellettuali ed idealistiche che fanno sì che il suo Mancante venga nutrito da tutte quelle componenti interiori. Se però non equilibra questo atteggiamento, il Passivo entrerà in uno stato d’ansietà estraniandosi dal prossimo e vivendo una condizione di paranoia manifestando ansia, solitudine, incomprensione, sospetto, paura, non adattamento. Non riuscire solo a non far capire, ma anche a non farsi capire, sarà incapace di trovare la giusta dimensione di se stesso raggiungendo talvolta livelli di schizofrenia. Il suo mondo interiore è complesso: il piccone è dentro, nascosto, pronto a difenderlo nel momento in cui qualcuno entrerà in relazione con lui innalzando barriere, e nel suo atteggiamento aggressivo perderà il controllo di sé.

IL RUOLO DEL PADRE

La figura del padre è fondamentale nel rapporto simbiotico tra madre e figlio, spiegata attraverso le teorie della psicanalisi dei grandi maestri citati. Il padre è il Significante che entra dentro, con la sua autorità come presenza esterna, riuscendo a spezzare l’idillio di questo rapporto simbiotico. Separa, per mezzo della sua voce, gli intrecci emotivi tra la madre e il figlio, altrimenti troppo radicati. Spezza quella connessione di interdipendenza, quel legame biologico che sarebbe altrimenti indissolubile. Il padre tenta di guidare il bambino verso la sua identità. Una frattura necessaria in cui subentra la presenza della madre a volte assillante poiché tende a togliere la libertà del figlio nella scoperta della sua identità, troppo assente o troppo presente, e nelle due estremità nascono i disturbi della personalità. Qual è quindi la giusta misura? Quando avviene una oscillazione tra le due estremità dando modo all’Immaginario di entrare. Cos’è l’immaginario simbolico quindi? E’ quella componente psicanalitica insista in noi, incapace di fuoriuscire se non educata all’ascolto. Attraverso ad esempio i racconti delle fiabe, possiamo fin da piccoli allenarla educandoci ad ascoltarla ed interpretarla relazionandoci con noi stessi, lavorando sul desiderio e sull’immaginazione. Dove non è presente la favola subentra la castrazione poiché l’individuo, non allenato, chiude le porte all’affettività incapace di esprimere l’immaginario e di vivere rapporti concreti, reali, materiali. Le soglie dell’immaginario sono estese, possono appartenere ai viaggi come al quotidiano, letture di libri, film e racconti dove potenzialmente risiede la propria dimensione immaginifica. Vogliamo nutrirci di nuove storie proiettandole sulla nostra, magari fantasticando un lieto fine, ma se non ci alleniamo a lavorare sull’immaginario nemmeno la sete di appartenenza e di identificazione ci apparterrà confinandoci a esseri deboli, primitivi, isolati e l’immaginario rimarrà inattivo non connettendoci alle nostre pulsioni. Quando siamo innamorati e viviamo attivamente la sessualità sentiamo di riuscire a soddisfare tanto la libido quanto la pulsione di morte che ci accompagna, poiché sesso e morte convivono alimentando la nostra istintività. Solo così potremo sentirci vivi, proiettati verso un qualcosa di presente al di fuori di noi. In questo modo però, lavorando sulla psiche e l’immaginario potremo definire quella frammentazione determinata dal Mancante e che ci impegnerà per tutta la vita, scomparendo al termine ultimo della nostra esistenza.

Seminario di approfondimento di psicologia dedicato alla mostra Passaggi d'identità a cura del critico d'arte Ives Celli e rielaborato dal curatore artistico Sara Cifarelli.

Ives Celli -critico d’arte contemporanea, esperto dell’Immaginario

popie@libero.it

L’ATTIVO E IL PASSIVO NEL MANCANTE DI LACAN (Prima Parte) https://www.needfile.it/blog/l-attivo-nel-mancante-di-lacan-b120.html per riconnettersi alla prima parte.

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