Il Made in Italy e l'ostentazione del corpo

In: Attualità On: Pubblicato da: Sara Cifarelli Hit: 247

“La moda non è qualcosa che esiste solo negli abiti. La moda è nel cielo, nelle strade, la moda ha a che fare con le idee, il nostro modo di vivere, che cosa sta accadendo”. Coco Chanel

La moda dichiara nella storia continui cambi di rotta adattandosi alle tradizioni di un paese, rispecchiandone le capacità produttive e creando cultura in termini di creatività. Manovrata dalle leggi di mercato condiziona fortemente il gusto e le logiche individuali, poiché l’abbigliamento comunica stati d’animo e lo status sociale secondo due scelte possibili: vestirsi secondo il gusto personale o adattarsi alla massa per sentirsi parte di un gruppo. Ove non sia una scelta individuale, resta uno strumento potente di condivisione collettiva ed estetica che permette di distinguersi, riconoscersi e in alcuni casi emarginarsi.

Di impatto social-economico, studi corposi da parte di sociologi, psicologi, economisti, storici ed antropologi partirebbero dall’età medievale. Tra i secoli XIII e XVI la figura dell’artigiano - simile a quella dell’artista - fu molto ricercata, importante promotore della moda nel Medioevo per lo smercio di calze, tessuti tinti, abiti, accessori, venduti nelle trabacche per le vie cittadine e legalizzate secondo il “gioco delle apparenze”, norme legislative nazionali del sistema comunale, denominate suntuarie, che regolamentarono lo sfoggio di abiti e accessori, punendo i trasgressori per mezzo di pesanti sanzioni. Il “gioco delle apparenze” coinvolse ricchi e poveri, vincolati dalla propria classe di appartenenza attraverso al bollatura delle vesti. Per più di due secoli legislatori e moralisti unirono i loro sforzi per regolare l’accesso alle apparenze; beni offerti dal mercato, smerciati nelle botteghe, rappresentati da pittori, confezionati da sarti e ostentati come un’arma di potere. Si aprì così un campo di protagonismo in contrasto con il bisogno da parte delle istituzioni di mantenere alto il controllo di una società sempre più anticonformista. Le motivazioni di tali norme disciplinari furono dettate da scelte politiche ed economiche che cambiarono secondo le tendenze del mercato: si temeva lo sperpero di risorse cittadine in beni che non generassero ricchezza e che, viceversa, potessero rimpinguare mercati e mercanti spesso esterni alla città. Nel Rinascimento cambiarono le mode con l’avvento della stampa. Mentre nel Medioevo i sarti erano poco stimati e soggetti a possibili sanzioni, nel Cinquecento ottennero maggiore rilevanza grazie a Cesare Vecellio, creatore del primo campionario di modelli di sartoria, un excursus della storia dell’abbigliamento fino al periodo odierno, inaugurando il primo reportage della storia del costume e della moda. Il mestiere del sarto fu praticato quasi esclusivamente da uomini eccetto Venezia che sin dal 1200 vide le donne in prima linea sia nella riparazione di abiti, sia nel confezionamento. Nel 1800 si diffuse la consapevolezza dell’importanza della firma che contribuì a rendere l’abito chic. Tra il 1920 e ‘30 i sarti applicarono quasi sempre nello stesso punto - nel collo di giacche o cappotti - l’etichetta con il loro nome, una formula a volte semplice, altre accompagnata da qualche elemento simbolico. Per i meno fortunati, l’alternativa al confezionamento di lusso erano i grandi magazzini, da poco inventati, nei quali vennero esposti abiti in serie. Nella prima metà dell’Ottocento, con il diffondersi delle macchine da cucire e delle professioni di confezioniste e sarte-confezioniste divenne conveniente acquistare ai grandi magazzini.

Il termine “moda” compare per la prima volta nel 1648 in Italia citato dallo scrittore Agostino Lampugnani, per poi avere una massiccia diffusione nella letteratura indicando una sorta di frenesia nell’adeguarsi agli ultimi usi. Essendo il cambiamento la caratteristica principale della moda, è possibile dare ragione delle continue evoluzioni individuando alcune epoche particolarmente significative per il fenomeno, motivando le ragioni; la moda è il luogo d’incontro di differenti attitudini e bisogni, individuali e collettive, private e pubbliche, e si manifesta in forme che chiamano in causa la sociologia come l’antropologia, la psicologia come l’economia. La moda è insomma un groviglio di fenomeni misteriosi, difficili da sciogliere. I termini “moda” e “moderno” sono collegati non in quanto periodo cronologico ma come sinonimo di modernità, simbolo di stacco dal passato e valorizzazione dell’inedito. Fra metà Ottocento e metà Novecento fu Parigi la culla della moda fino a quando, durante il periodo fascista, nacque negli italiani quel sentimento patriottico legato alla valorizzazione della propria cultura. Nel 1870 il giornale milanese “La moda italiana” nato con lo scopo di emancipare la moda italiana dal monopolio francese, testimoniò una moda nazionale sulla base delle tradizioni antiche, attinte anche dalla storia dell’arte, come il repertorio pittorico di Botticelli.

Si segnalano tra i momenti di spicco della moda italiana la nascita dei Comuni nel XIV secolo, lo sviluppo della parola “moda” nel XVI e XVII secolo, e la rivalità tra l’Italia e Parigi nel XIX secolo. In Italia si ricercò da un lato uno stile unificante capace di sostenere una identità nazionale forte, dal’altro la salvaguardia delle tradizioni locali. La moda italiana acquisì spessore e staticità nel ventennio fascista attraverso figure di spicco come Edda Mussolini e Rosa Genoni. Il dialogo con la tradizione, l’abilità delle maestranze e la capacità ideativa al servizio del lusso spiccarono già allora come i tratti costitutivi della moda italiana determinandone la diffusione del lavoro domestico legato all’abbigliamento, delle conoscenze relative al taglio e cucito, oltre all’invenzione dei distretti e la nascita di una piccola e media industria. Nel 1919 venne istituito il Congresso Nazionale dell’industria, del commercio e dell’abbigliamento creando anche un Ente per la moda, si bandirono concorsi per la valorizzazione della moda nazionale ai quali parteciparono Balla, Marinetti o Depero assieme a spazi espositivi permanenti realizzati pochi anni dopo. Nel 1935 l’Ente Nazionale per la moda iniziò a garantire il controllo della produzione e diffusione del Made in Italy promosso dal Fascismo, in continua competizione con la moda francese. Conclusa la guerra, nel 1947 l’Italia iniziò a esporre i prodotti commerciali in America che sostenne l’Europa per un quinquennio attraverso il Piano Marshall. Gli scambi commerciali portarono alla diffusione della moda italiana oltre continente grazie ai contatti col cinema e gli acquisti dei buyers, i grandi magazzini americani. Nel 1951 nacque alla sfilata presso Villa Torrigani a Firenze, l’alta moda italiana circoscritta a capi morbidi - maglieria per la maggior parte - curata e adattata al tempo libero, colorata, originale con uno speciale richiamo alla pellicola cinematografica Vacanze Romane, oltre alle bellezze naturali delle colline toscane. Emilio Pucci fu tra gli stilisti più importanti, segnando la nascita del Made in Italy costituita da prodotti economici, fantasiosi e facilmente indossabili: una moda da un lato sportiva e dall’altra elegante, definita “boutique”, ricercata ed apprezzata nei negozi di Capri e Ischia. Tra i protagonisti del tempo Elio Fiorucci che nel ‘67 aprì a Milano o Luciano Benetton che lanciò la moda a colori, il “tinto da capo”, collocando i giovani al centro del fenomeno della moda. Negli anni Sessanta, la diffusione dei mezzi di comunicazione offrì nuovi canali capaci di promuovere la moda, condizionando le logiche di mercato assieme alla fotografia, potente strumento in competizione con l’illustrazione e le riviste.

La sobrietà degli abiti appare nel lungo periodo una scelta ideologica e funzionale. Importante anche il concetto di comfort con Coco Chanel grazie ai morbidi jersey, fondamentali per la donna, sempre più sicura di sé. Gli anni Sessanta segnarono la diffusione oltre al jersey, il collant erede della calzamaglia in sostituzione della reggicalza e della giarrettiera. Hanno cent’anni o quasi anche i pantaloni da donna proposti da Poiret, larghi e comodi. La moda del taglio corto di capelli, il caschetto e la gonna corta furono un segno di emancipazione femminile, simboli proposti anche da Coco Chanel per una donna sempre più libera e innovativa. Una moda come avremo intuito dalle tinte rosa: il decennio della minigonna, della plastica colorata e della vernice black and white assieme alle décolleté in vernice nera con tacco grosso o gli stivali sopra il ginocchio, il basco in lana, l’abito a trapezio spesso senza maniche con stampe optical o geometriche, il dolcevita, gli occhiali da sole tondi e gli orecchini a sfera.

Negli anni Sessanta avvenne una rivoluzione giovanile – periodo chiamato baby boom - incline all’allontanamento dei modelli conservatori ma pur sempre pacifica ed egualitaria, con la voglia di cambiare il sistema politico e socio-economico, oltre a una maggiore libertà sessuale. L’arte di Mondrian e Warhol tra pop art e l’op art, assieme la musica dei Beatles e Rolling Stones incisero su forme e decorazioni dei tessuti per mezzo di un gioco dinamico di cerchi, quadrati e spirali. Gli anni Sessanta ce li portiamo dietro ancora e ancora. Tra guardaroba e passerelle lo stile odierno sfoggia misure cortissime e colori sgargianti.

Perché tanta nostalgia? Non per mancanza di idee ma come affermano gli stilisti forse “per la voglia di rivivere il bello dell’epoca, o proporre qualcosa di magico a chi, purtroppo, quegli anni non ha avuto il piacere di viverli”.

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