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Vincent van Gogh un'anima in gabbia

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Vincent van Gogh nacque a Groot Zundert in Olanda il 30 marzo 1853. Figlio di un rigido pastore protestante e nipote di un mercante d’arte, da giovane restò ancorato a entrambe le vocazioni arrivando poi alla conclusione che la sua strada era un’altra: dedicarsi all’arte e diventare un “pittore colorista”. Il suo spirito ribelle e passionale, la sua natura sensibile e precaria, lo allontanarono dalla mentalità borghese dell’epoca e dal nucleo familiare.

Studiando pittura all’Aja presso il cugino acquisito Anton Mauve, iniziò a dipingere la vita dei contadini. Il cugino avvicinò il pittore alla tecnica dell’acquarello e al colore in senso generale, aspetto che avrebbe acceso in lui la vocazione di colorista, a tal punto che van Gogh scrisse al fratello Theo una lettera in cui diceva «Theo, che grandi cose sono mai il tono e il colore! E chiunque non impari a sentirli, vive lontano dalla vera vita». Molto presto avrebbe sviluppato una ricerca personale mediante l’uso del colore. Nel 1886 van Gogh raggiunse il fratello spinto dal desiderio di confrontarsi con gli impressionisti parigini rendendosi conto che stava avvenendo in città una metamorfosi nella storia della pittura grazie a una nuova generazione che riuscì a mettere in discussione le regole accademiche (contrarie a una libertà cromatica e compositiva) all’insegna di un personale rapporto con la realtà. Il rinnovamento artistico puntava verso molteplici strade: i fondamenti scientifici di Seurat, la visione emotiva del colore di Gauguin e la semplificazione dei volumi di Bernard.

Sempre alla ricerca di uno stile personale, van Gogh sperimentò la tecnica confrontandosi con la giovane generazione emergente. Come gli impressionisti, anche lui era attratto dall’arte giapponese e questo suo interesse, sbocciato ad Anversa nel 1885. Van Gogh e il fratello Theo possedevano una ricca collezione giapponese, una raccolta oggi visibile al Museo Van Gogh di Amsterdam che comprende 474 pezzi assieme a pochi album, per lui la chiave di accesso al mondo del sogno che gli consentiva di fantasticare su luoghi idealizzati come il “paradiso dei pittori” dove tutti gli artisti vivrebbero in armonia scambiandosi le proprie opere. Oltre alla dimensione del sogno, un’altra caratteristica importante dell’arte giapponese fu sicuramente l’uso del colore piatto dalle tonalità pure ed accese, composizioni fluide ed estremamente libere. «Invidio i giapponesi, l’estrema chiarezza che tutte le cose loro posseggono. Niente è mai noioso e niente pare fatto in fretta. Il loro lavoro è semplicemente come il respiro ed essi fanno una figura con pochi tratti sicuri con la stessa facilità come se abbottonassero il gilet». Un mondo pacifico, in armonia con la natura.

Deluso dalla sperimentazione del neoimpressionismo, lasciò Parigi dopo due anni per attraversare il sud della Francia convinto di scoprire una nuova luce nel colore. Diretto ad Arles, van Gogh si prestava a raggiungere l’amico Gauguin nell’ottobre del 1888. Ora lontano dalla vita frenetica parigina, poteva sperimentare ed arricchire la sua tavolozza di una luce nuova, oltre al desiderio di riavvicinarsi alla purezza del paesaggio agreste, seguendo in parte le scelte dell’amico. Dopo pochi mesi ad Arles, cercò di riunire attorno a sé un gruppo di artisti vagheggiando su un utopistico collegamento coi pittori giapponesi e un amore incondizionato verso un ideale di vita semplice e legato al mondo naturale. Van Gogh, in merito al tema naturale confessò: «Faccio quello che faccio abbandonandomi alla natura, senza pensare a questo o quello. Non dico che non volto decisamente le spalle alla natura per trasformare uno studio in un quadro, aggiustando il colore, ingrandendo, semplificando; ma ho tanta paura di scostarmi dal possibile e dal giusto per quel che riguarda la forma. Più tardi, dopo altri dieci anni di studi, chissà; ma veramente sono talmente curioso di ciò che realmente esiste, che è scarso il desiderio e il coraggio di cercare l’ideale quale potrebbe risultare dai miei studi astratti. Altri possono avere per gli studi astratti più lucidità di me.. come anche Gauguin.. e forse anch’io, quando sarò vecchio. Ma nell’attesa continuo a masticare natura. Esagero, qualche volta cambio un po’ nel motivo, ma in definitiva non invento l’intero quadro, lo trovo invece già fatto, ma da scovare, nella natura».

Accolto Gauguin nella casa gialla, la competizione nata dalla difficile convivenza cresceva in van Gogh oscillando tra una pittura a tratti simile alle visioni fantastiche o a “memoria” di Gauguin e una più fedele alla natura. Amicizia conclusasi tragicamente nel dicembre 1888, dopo soli due mesi di convivenza, la consapevolezza di van Gogh di non aver concretizzato il suo progetto e il desiderio dell’allontanamento dell’amico, lo portarono a tagliarsi il lobo dell’orecchio sinistro. Dopo questo episodio i due artisti non si sarebbero più visti. L’artista olandese rivendicava la libertà compositiva portavoce di un intimo incontro tra uomo e natura espresso per mezzo del colore. Abbandonato da tutti, l’unica consolazione e unico punto di riferimento restò Theo. Rassegnato ad assumere il ruolo del pazzo, van Gogh si legò disperatamente al fratello: «Se non avessi la tua amicizia, sarei spinto al suicidio senza alcun rimorso. E, vigliacco come sono, alla fine lo farei».

Secondo la diagnosi medica van Gogh soffriva di disturbi epilettici. Nei momenti di crisi era incline ad atti di violenza assieme a forti allucinazioni. Stabilitosi in una casa di cura gestita dal dottor Peyron, al pittore fu permesso gradualmente di ritirarsi a lavorare sotto sorveglianza recandosi nel periodi di lucidità negli intervalli tra una crisi e l’altra. La pittura era l’unica attività che gli permise di sopravvivere alla depressione. A tre chilometri dal manicomio si trovava Saint-Rémy, un paese isolato circondato da campi di grano, vigneti e oliveti, protagonisti della produzione degli ultimissimi anni. Ricchi di energia, questi quadri evidenziano momenti temporali di estrema creatività e lo sforzo di prevenire nuove crisi nervose liberando tutti i sentimenti repressi per veicolarli nella pittura. La pittura come simbolo di speranza e forse di una nuova rinascita interiore. Convinto però che la sua malattia dipendesse dal clima meridionale, Vincent si trasferì a Nord nel 1890 ad Auvers-sur-Oise sotto la protezione del dottor Gachet, collezionista d’arte e amico degli impressionisti. Il 27 luglio dello stesso anno si suicidò sparandosi al cuore, morendo due giorni dopo tra le braccia del fratello Theo.

In copertina: Starry night, june 1889

Pubblicato in: Arte

Appassionata di storia dell'arte si laurea nel 2015 conseguendo gli studi magistrali e realizzando successivamente allestimenti e presentazioni pubbliche per artisti contemporanei come curatore d'arte. In seguito agli studi artistici si specializza nella tecnica del disegno realizzando ritratti e caricature tipiche di una città goliardica qual è oggi Padova. Assieme a un team di creativi gestisce il sito web nel ruolo di content manager e graphic designer.

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