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Van Gogh anima in gabbia

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“Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente, imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah di grazia, la libertà, esser un uccello come tutti gli altri!” van Gogh (lettera a Theo)

Lui nella sua gabbia, mentre i ragazzi lo curavano, guardava fuori il cielo turgido, carico di tempesta, sentendo in sé la rivolta contro la propria fatalità.

Un personaggio in controtendenza, e ancora resta controverso dopo più di un secolo. Molte le lettere e le letture che provano a spiegarne la natura intima e creativa. La consapevolezza di essere incompreso di fronte a una società estranea al suo modo di concepire l’arte. Le molte professioni intraprese da giovane, e per brevi periodi, fanno intendere come l’artista abbia sempre ricercato un ruolo definito, umano e lavorativo, seguite inevitabilmente da insuccessi, nella sperimentazione di sé e della pittura. Rifiuti che lo fecero piombare dapprima in una profonda depressione fino all’alienazione mentale e al suo ultimo “atto teatrale” in un campo di grano.

Vincent van Gogh si sentì sempre un prigioniero. Un po’ come l’uccellino della lettera a Theo, incapace di farsi comprendere dagli uomini, quanto l’uscire dal groviglio di pensieri che lo tormentarono. Contrariamente a quanto le letture tradizionali vogliano dimostrarci, gli scritti del nipote Vincent junior dichiarano un altro profilo: un uomo che non visse isolato e chiuso nel suo studio, o ancora immerso nei campi di grano, anzi un’anima assetata di relazioni, di contatto umano, di confronto e curiosità. Molteplici gli scambi d’opinione e collaborazioni tra artisti e fornitori, con l’intento di progettare la costruzione di una società di artisti, con sede ad Arles. Escludendo gli ultimi due anni di vita segnati dalle continue crisi nervose, van Gogh si è dimostrato un uomo socievole ed eccentrico, che attraverso le numerose lettere ha sempre cercato di mantenere anche rapporti a distanza tra i quali familiari, artisti e donne.

Un animo spiritoso e dinamico, ma che tuttavia nonostante la gloria del nostro secolo, al tempo non ha acceso i consensi. Un anticipatore della modernità che per l’insuccesso temporale ha prodotto il mito del genio incompreso. Il fascino della fragilità delle sue figure è uno specchio della sua follia. Nessuno al tempo ne ha colto il messaggio. La sua instabilità mentale non fu capace di esercitare alcuna attrazione sui contemporanei.

Cosa resta dei suoi quadri dunque?

Il nipote Vincent li ha definiti come finestre aperte sul mondo: luoghi, maestranze, amici. Dipinti meditati che poco hanno a che fare con la sua natura conflittuale, grazie a uno studio attento e nella volontà di raggiungere lo stile del tempo per poi arrivare a superarlo. E raramente si addentrò in percorsi che sapeva di non poter controllare.

“Vorrei fare dei quadri che di qui a un secolo, alle genti future, possano sembrare come delle apparizioni. Perciò, non cerco di ottenerli con la rassomiglianza fotografica, ma tramite le nostre impressioni appassionate, usando come mezzo di espressione e di esaltazione del carattere la scienza e il gusto moderno del colore.” van Gogh

E quelle “genti future” in verità, siamo proprio noi.

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Pubblicato in: Arte

Appassionata di storia dell'arte si laurea nel 2015 conseguendo gli studi magistrali e realizzando successivamente allestimenti e presentazioni pubbliche per artisti contemporanei come curatore d'arte. In seguito agli studi artistici si specializza nella tecnica del disegno realizzando ritratti e caricature tipiche di una città goliardica qual è oggi Padova. Assieme a un team di creativi gestisce il sito web nel ruolo di content manager e graphic designer.

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  • Articolo interessante
    Da:Filomena In 13/09/2020
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