Blog Menu

Ultimi post

Un figlio per nemico. Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova dei fascismi

360 Visualizzazioni 146 È piaciuto

In Un figlio per nemico. Gli affetti di Gaetano Salvemini alla prova dei fascismi (Donzelli, 2018), Filomena Fantarella - assegnista di ricerca in Studi italianistici presso la Brown University di Providence, Rhode Island - punta i riflettori su una specifica vicenda della biografia di Gaetano Salvemini, il noto intellettuale antifascista. Si tratta del rapporto fra lo storico pugliese e Jean Luchaire, figlio della seconda moglie di Salvemini, Fernande Dauriac, e del primo marito di lei, Julien (Salvemini perse la prima moglie, la sorella e tutti i suoi cinque figli nel terremoto di Messina del 28 dicembre 1908).

Legati da un forte legame affettivo (Jean considerava Salvemini come un padre), i due verranno divisi dalle scelte politiche fatte da Jean durante la seconda guerra mondiale. Mediocre giornalista dalla carriera poco promettente, questi scoprì nel fascismo un mezzo per raggiungere il successo. Da sempre su posizioni filotedesche (più per spirito di fratellanza universale che per un particolare attaccamento agli abitanti d’oltrereno), Jean accolse con entusiasmo l’occupazione nazista di Parigi. Entrato nelle grazie di Otto Abetz, ambasciatore del Terzo Reich a Vichy, Jean divenne negli anni dell’occupazione uno dei massimi esponenti del collaborazionismo francese, meritandosi a pieno titolo il soprannome di “Führer della stampa collaborazionista” affibbiatogli dai suoi connazionali. Jean Luchaire rimase fedele ai nazisti fino alla loro capitolazione, tanto da seguirli in Germania dopo il ritiro dalla Francia e da lì incitare attraverso la radio alla lotta antipartigiana. Arrestato dagli Alleati a Merano il 22 maggio 1945, estradato in Francia e sottoposto a processo, venne condannato a morte e fucilato per alto tradimento il 22 febbraio 1946. Salvemini, nonostante il suo sincero affetto paterno nei confronti di Jean non accetterà – come gli aveva chiesto di fare la figlia Ghita – di intercedere con gli Alleati per richiedere che Jean venga graziato. Leggiamo alcuni passi di una lettera inviata a Fernande dopo la morte del figlio che mostrano bene il pensiero di Salvemini: “Questo Jean non doveva farlo [collaborare con i tedeschi]. A costo di farsi mandare in un campo di concentramento, a costo di vedersi distrutta l’intera sua famiglia, non doveva farlo, non doveva farlo, non doveva farlo. Non doveva parlare alla radio. Doveva chiudersi in un silenzio ostinato, incrollabile. […] La condanna era da prevedere. Ma se tu cerchi di astrarre dal tuo amore materno, dovrai riconoscere che la condanna era da prevedere, così come è da prevedere la caduta della pietra non appena abbandonata la mano. Data la causa, è inevitabile l’effetto. […] Io ho continuato a pensare e ripensare in questi mesi a quel povero ragazzo. Ma non sono mai riuscito a trovare argomenti per non convincermi che la sua condotta in Germania fu assolutamente assurda e che sarebbe stato suo dovere allora ribellarsi con la massima violenza possibile contro una politica che non aveva più nessuna giustificazione”. L’ultimo atto della vita di Jean segnò anche l’epilogo della famiglia di Salvemini. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, infatti, essa si sfaldò completamente: il figlio Jean era morto, la figlia Ghita si trasferì in Costa Rica, la moglie Fernande rimase a vivere a Parigi e Salvemini in America. Tra lui e sua moglie la frattura fu insanabile: Fernande non accettò mai che il figlio meritasse la fucilazione e la distanza di opinioni con il marito su un tema tanto delicato impedì ai due di ritrovarsi. Ma perché Jean Luchaire, da convinto pacifista e antifascista divenne uno spregiudicato collaborazionista? Che cosa lo spinse a passare dall’altro lato della barricata? Da quel che si può ricavare dagli scambi epistolari fra Salvemini e i suoi familiari ed amici rimasti in Europa, il comportamento di Jean Luchaire – afferma Fantarella – non sarebbe stato dettato da una reale adesione ideologica al nazismo. Lo stesso Salvemini disse chiaramente ai suoi amici che gli chiedevano spiegazioni sulla condotta del figlio che questi tutto era fuorché un fascista. Sembrerebbe che il suo filo-germanesimo si divida in due momenti storicamente distinti: fino al 1940 egli credeva sinceramente che, a dispetto dell’aggressività del regime hitleriano, un riavvicinamento fra i due paesi fosse, in nome di una pace e di una fratellanza universale, ancora possibile; dopo l’occupazione, invece, a muoverlo verso il collaborazionismo sarebbe stata la possibilità tanto agognata di sbarcare il lunario con il giornalismo. Insomma, sarebbe stato guidato da mero opportunismo personale. A corroborare la tesi di Filomena Fantarella figurano anche le motivazioni della giuria che lo condannò a morte, la quale a riguardo parla molto chiaramente: “le [sue] azioni non erano nemmeno ispirate dal fascismo, ma solo dalla corruzione e dal marciume e non aveva avuto altra motivazione che il denaro”.

Filomena Fantarella sceglie con questo libro – che non è una nuova biografia di Salvemini – di approfondire una vicenda dalla sua vita spesso ignorata o dimenticata. Per ricostruire questi fatti, la studiosa mette in secondo piano i lavori storici di Salvemini o gli studi critici sulla sua storiografia per concentrarsi invece su fonti molto più personali, come le lettere scambiate con la moglie, i figli e gli amici. Si tratta in molti casi di materiale inedito, conservato in diversi fondi archivistici europei e americani – Harvard, Parigi, Firenze, Lugano, Roma. Unendo i documenti usati da Fantarella con i più classici studi accademici (si veda almeno: Killinger, Gaetano Salvemini. A biography, Praeger, Westport, 2002; Salvadori, Gaetano Salvemini, Einaudi, Torino, 1963; Quagliariello, Gaetano Salvemini, Il Mulino, Bologna, 2007), otteniamo un ritratto più completo del grande intellettuale: non solo quello di un freddo accademico e intransigente antifascista, ma anche di una persona che vive le difficoltà quotidiane comuni a molte famiglie messe alla prova da catastrofi naturali o da sciagure politiche. La biografia di Gaetano Salvemini è ampiamente nota: dalle sue battaglie giovanili che lo videro schierato con il Partito socialista per la risoluzione della Questione meridionale e per il diritto di voto alle donne fino al suo attivo antifascismo, dapprima in Italia e poi, da «fuoruscito» (come lui amava definirsi) in Francia, Gran Bretagna e infine dagli Stati Uniti d’America. “Fuoruscito” – per Salvemini – significava “uscito fuori dal mio Paese per continuare coi mezzi di cui potevo disporre, la resistenza che mi era impossibile [in Italia]”. Dopo un certo isolamento politico nei primi due anni del fascismo al potere, Salvemini ricevette – come lo definì egli stesso – “uno scossone” dal delitto Matteotti, con il quale comprese che “era mio dovere non rendermi complice con la mia inerzia di un regime infame”.

L’incapacità per Salvemini di piegarsi in alcun modo al fascismo emerge già con chiarezza dalle motivazioni che lo spinsero a dare le dimissioni dall’Università di Firenze nel 1925: “Signor Rettore, la dittatura fascista ha soppresso, ormai completamente, nel nostro paese, quelle condizioni di libertà, mancando le quali l’insegnamento universitario della storia – quale io lo intendo – perde ogni dignità, poiché deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e ridursi a servile adulazione del partito dominante, oppure a mere esercitazioni erudite, estranee alla coscienza morale del maestro e degli alunni. […] Ritornerò a servire il mio paese nella scuola, quando avremo conquistato un governo civile”.

Abbandonata l’Italia nel 1925, durante l’esilio parigino fu tra i fondatori del movimento Giustizia e Libertà (1929). Da intellettuale engagé quel era, Salvemini approfittò sempre degli eventi accademici esteri ai quali veniva invitato per parlare dell’Italia contemporanea. Questi interventi avevano un duplice significato: da una parte erano lezioni universitarie “classiche” su temi di storia contemporanea, dall’altra erano opere di denuncia sociale atte a rendere nota alle democrazie anglosassoni la condizione totalitaria in cui era precipitata l’Italia. In particolare in America, Salvemini cercò di uscire dalla ristretta cerchia dell’uditorio universitario per entrare in contatto con le vaste comunità italo-americane, nella speranza che la loro indignazione li spingesse sulla via dell’antifascismo. Ma gli immigrati italiani costruirono nei confronti di Salvemini un impenetrabile muro di ostilità e indifferenza: essi vedevano in Mussolini l’eroe che aveva salvato la nazione dalla povertà a causa della quale avevano dovuto emigrare. “Criticare Mussolini era combattere l’Italia ed offendere loro stessi in persona”, concluse sconsolato Salvemini. Dalla metà degli anni Trenta, Salvemini e Jean seguirono due strade diametralmente opposte: mentre il primo si prodigava a mettere in guardia il mondo dall’espansione dei fascismi sotto cui giaceva l’Europa, contemporaneamente il figlio impegnava tutte le sue energie per spronare, dalle colonne del suo giornale («Notre Temps», che diverrà dal 1940 «Les Nouveaux Temps») i francesi ad allearsi con la Germania hitleriana.

Naturalmente Mussolini cercò in tutti i modi di ridurre al silenzio Salvemini, dapprima appellandosi ai fascisti residenti all’estero perché lo uccidessero, poi diffondendo la falsa notizia (smontata con facilità dalla polizia americana) secondo cui lo storico pugliese sarebbe stato l’autore di un attentato dinamitardo in Piazza San Pietro. Ma Salvemini non attese l’esilio francese per diventare un attivo antifascista: la sua casa di Firenze divenne già tra il 1922 e il 1925 ritrovo fisso per persone come Ernesto Rossi, i fratelli Rosselli e Piero Calamandrei, con i quali fondò il giornale clandestino Non mollare, la cui sede segreta venne rivelata agli squadristi dalla delazione di un tipografo e devastata.

Filomena Fantarella ci restituisce il ritratto di un uomo che pretendeva sempre molto da se stesso e dagli altri, incapace di accettare alcun cedimento politico. Un uomo le cui sofferenze personali non riuscirono mai ad offuscare il suo senso del dovere, tanto nel suo mestiere di storico – che anzi descrisse come un porto sicuro in cui rifugiarsi per sfuggire alle sofferenze private – quanto nelle sue battaglie politiche. L’intransigenza di Salvemini non mutava in base alla persona cui si stava rivolgendo: si trattasse dell’amico Giuseppe Prezzolini – a cui tolse il saluto nel 1925 per il suo atteggiamento accomodante verso i fascisti – o del figlio Jean.

Questo post sul blog ti è stato utile?
Pubblicato in: Recensioni

Dopo la maturità classica intraprende gli studi universitari in Storia per laurearsi nel 2019 con una tesi sulle origini del fascismo nella Provincia di Venezia.

Lascia un commento

Codice di sicurezza