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Realismo capitalista di Fisher: il ritratto spietato della nostra miseria ideologica

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Realismo Capitalista è un libro che esce a ridosso della crisi del 2008 molto considerato nel pensiero radicale inglese. In Italia resta meno conosciuto il lavoro di Fisher ma è un autore che merita considerazione per l’opera che sembra essere la miglior diagnosi della situazione in cui ci troviamo.

Il realismo capitalista è uno dei primi e più importanti libri di Mark Fisher si basa principalmente su una tesi:

“è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.”

Il realismo capitalista come viene definito si riflette in ambiti apparentemente molto diversi tra loro come il cinema, la malattia mentale, la burocrazia, il sistema scolastico e la catastrofe ambientale. Il ritratto che l’autore fa del nostro tempo è di pura e spietata miseria ideologica. L’agire è inutile, ad avere senso è solo una speranza insensata mentre altri individui si gettano nella superstizione e nella religione, i primi rifugi dei disperati. Una cultura che si limita a preservare sé stessa non è una cultura, nessun oggetto culturale conserva la propria potenza se non ci son più nuovi sguardi ad osservarlo.

Il potere del capitalismo deriva in parte dal mondo in cui il capitalismo consuma tutta la storia pregressa: è un effetto a tutta quella “equivalenza” che riesce ad assegnare un valore monetario a qualsiasi oggetto culturale, si tratti di icone religiose, pornografia o il Capitale di Marx. Nella conversione di pratiche e rituali in puri oggetti estetici, gli ideali delle culture precedenti diventano strumento di ironia oggettiva e si ritrovano trasformati in artefatti. E’ questo il senso di “realismo capitalista” è una realtà un concetto espresso già da Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista:

“(…) ha spento le più celesti estasi del fervore religioso, dell’entusiasmo cavalleresco, del sentimentalismo filisteo, nelle fredde acque del calcolo egoistico. Ha trasformato la dignità personale in valore di scambio, al posto delle tante inalienabili libertà conquistate a caro prezzo ha stabilito un’unica, spregiudicata libertà: quella del commercio. In una parola, allo sfruttamento camuffato da ragioni politiche e religiose ha sostituito lo sfruttamento più scoperto, spudorato, diretto e brutale (...)”

Il capitalismo è ciò che resta quando l’ideale è collassato allo stato di simbolo o rito, quello che succede è uno spettatore/consumatore che arranca tra le rovine. Lo scrittore descrive il Capitalismo simile alla Cosa del film di John Carpenter: un’entità mostruosa, plastica e infinita capace di metabolizzare e assorbire qualsiasi oggetto con cui entra a contatto. Negli anni Ottanta al capitalismo c’erano ancora delle alternative, esisteva un socialismo che si definiva “reale” quello che stiamo affrontando oggi è un più profondo senso di esaurimento, sterilità culturale e politico. Anche aver successo equivale ad un fallimento, perché avere successo significa soltanto che sei la carne di cui si nutre il sistema.

Fa riflettere la considerazione dell’autore sulla capacità di assorbimento di questo capitalismo che riesce perfino a conquistare, assorbire dosi di anticapitalismo. L’anticapitalismo viene fatto notare molto spesso, basti pensare a molti di quei film dove l’antagonista spesso è la cattiva multinazionale. Un anticapitalismo che viene inculcato nella gente, che invece di indebolire finisce per rinforzare il realismo capitalista. L’idea che oggi vi sia una società post-ideologica, ciò che rimane è il cinismo diffuso, le persone non credono a nessuna verità ideologica e nessuna proposta viene più presa seriamente.

Crediamo che i soldi siano soltanto dei simboli insensati e senza alcun valore, ma agiamo come se avessero un valore sacro. Si parla di un anticapitalismo “di sistema” che risulta preoccupante essendo difficile da distinguere da quello autentico.

Questo reale capitalismo si diffonde senza fratture e a quanto pare le forme di resistenza appaiono impotenti, le critiche morali al capitalismo non fa altro che continuare a rinforzarlo. Dobbiamo dare attenzione a quegli elementi di disordine che diventano comuni.

Per quanto riguarda la scuola, gli studenti si trovano stretti tra il vecchio ruolo di soggetti di un’istituzione disciplinare e il nuovo status i consumatori, di disimpegno politico e rassegnazione al loro destino.

Lavoro e vita diventano inseparabili, tutto diventa più frenetico e caotico e l’individuo è in un continuo stato di “allerta” vivendo in periodi di instabilità assoluta, passando da periodi di lavoro e periodi di disoccupazione che si alternano in modo ripetuto senza dare la possibilità di pianificare un futuro. In una società del controllo l’espressione personale e la creatività sono gli strumenti essenziali.

Fisher parla dell’esistenza di un legame tra postfordismo e l’aumento dei casi di sindrome bipolare, è il capitalismo stesso ad esserne affetto passando da stati di eccitazione esagerata a crolli depressivi (depressione economica). Il capitalismo nutre e riproduce gli umori della popolazione come in nessun altro sistema sociale.

Una rivolta contro la mancanza di alternative economiche, sociali ed esistenziali che sembra il segno più forte del nostro presente. Si tratta di rifiutare l'atteggiamento depressivo a cui le logiche di mercato ci hanno educati.

Gruppo di lavoro del team di Needfile uniti per la stesura di articoli.

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