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Psicosi da terrorismo: Pericolo reale e percepito

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Quando si parla di terrorismo la prima cosa che ci viene da fare è scuotere la testa. Poi magari si aprono le braccia e si lasciano cadere mollemente sui fianchi con una chiara espressione d'impotente rassegnazione.

Ma cos’è il terrorismo? Per me, il demone nero che arriva all’improvviso e riempie di fumo una giornata bella e limpida. Per la Farnesina “rappresenta una minaccia globale” e “nessun Paese può essere considerato completamente esente dal rischio di episodi ricollegabili a tale fenomeno”. Per Wikipedia è un sistema attraverso il quale gli attentatori, con azioni criminali violente e premeditate, mirano a suscitare paura nella popolazione. Lasciando da parte le note poetiche e i demoni neri, concentriamoci sulle ultime due definizioni. Già la parola terrorismo in sé racchiude il termine “terrore”, emozione attraverso la quale mira a rendere vulnerabile la popolazione, rallentare l’economia, impedire alle persone di vivere la propria vita sociale a pieno e stimolare una ricerca di sicurezza impossibile da dare. L’insicurezza regna sovrana, come ben si capisce dall’affermazione della Farnesina. L’insicurezza indebolisce lo Stato. Ed ecco fatto il gioco dei terroristi.

Gli attacchi terroristici sono l’espressione estrema di gruppi che seguono ideologie politiche, religiose o politico-religiose e scelgono di portarle avanti in maniera violenta. Gli attacchi che hanno colpito l’Europa negli anni che vanno dal 2000 a oggi e che hanno avuto maggiore risonanza mediatica sono quelli religiosi o politico/religiosi di matrice islamica. I primi attacchi terroristici del secolo, in Europa, hanno colpito Madrid (2004) e Londra (2005) e si sono portati con sé centinaia di vite. Poi più niente fino al 2011. Tra il 2011 e il 2013, ci sono stati sporadici attacchi, tre per l’esattezza. Il primo nel novembre 2011, una bomba nella sede di Charlie Hebdo segna l’inizio di un periodo di minacce e attentati di piccole dimensioni che sfocerà nella tragedia del 13 novembre 2015 a Parigi, dove 130 persone sono state uccise e 350 sono rimaste ferite nelle sparatorie avvenute all’interno del teatro Bataclan e in vari ristoranti del centro storico della città. Dal 2014 il terrorismo di matrice islamica in Europa da fenomeno sporadico assume proporzioni maggiori, raggiungendo un picco nel 2017 con 10 attentati su suolo europeo in 12 mesi. Questi hanno avuto grandissima risonanza sui media, i quali dal grande attacco di Parigi del 13 novembre 2015 hanno mantenuto alta la tensione mediatica sull’argomento fino alla fine del 2017. Una sensazione d’insicurezza e una percezione di pericolo imminente hanno colpito non solo i cittadini dei paesi colpiti dagli assalti, ma anche quelli di paesi, come l’Italia, che non ne hanno subiti.

L’attacco in sé e l’ininterrotta attenzione mediatica sull’argomento sono estremamente deleteri per la psiche delle persone. Dopo ogni nuovo attacco, si riapre la ferita di quello precedente che porta a chiedersi dove avverrà il successivo… “Nel centro commerciale dietro casa mia?” “Nella scuola di mia figlia?”. Questo tipo di pensiero genera ansia e una sensazione d’incertezza e vulnerabilità tenuta alta dai media che non perdono occasione per ricordare a tutte le persone di stare in guardia perché chiunque è un possibile bersaglio e non esistono luoghi sicuri. In Italia l’essere un bersaglio terroristico sembra essere l’onorevole primo premio di una triste competizione e visto che ancora non abbiamo vinto, ci accontentiamo di sottolineare quanto a rischio sia il paese. “L’Italia oggi diventa ad altissimo rischio attentati, probabilmente per colpire Salvini” 18 giugno 2018 scenarieconomici.it; “Terrorismo, l’esperto: l’Italia subirà un attentato” 22 agosto 2017 quotidiano.net; “L’Isis scatena i ‘lupi solitari’ anche in Italia” 16 agosto 2016, ansa.it. Disastri non ancora accaduti ma i titoli (da far accapponare la pelle) sembrano volerci far pensare il contrario. Il risultato di questo allarmismo mediatico durato, tra alti e bassi, per anni poteva avere un esito: il panico. La paura di qualcosa non ancora accaduto si è diffusa in Italia come un’epidemia. Nel 2016, secondo l’istituto Eumetra di Milano, l’attacco terroristico è arrivato a essere la principale paura della maggior parte della popolazione. Del campione preso in esame dall’istituto, oltre il 53% degli intervistati si dichiara “molto preoccupato” per la minaccia del terrorismo e il 38% “abbastanza preoccupato”. Questa preoccupazione ha cambiato le abitudini e lo stile di vita di molte persone. Sempre nel 2016 il sociologo Marco Oriolos afferma che il 73% degli italiani presi a campione non ha più intenzione di viaggiare. Secondo lo studioso questo è dovuto in gran parte al fatto che il terrorismo ha colpito luoghi simbolo del turismo globale (come Parigi) e che gli obiettivi sono stati punti di ritrovo per i giovani come caffè, ristoranti, concerti: una strategia per colpire la socialità e la voglia di vivere delle persone. A distanza di due anni dal maggior attacco europeo del secondo decennio del nostro secolo invece, i risultati sono decisamente diversi (indagine di febbraio 2017 su un campione di 1600 persone dai 15 anni in su): la principale preoccupazione degli italiani è risultata essere la distruzione ambientale, seguita dall’instabilità politica e dall’inquinamento, mentre la preoccupazione per un eventuale attacco terroristico si trova al settimo posto con il 44,3%.

Nonostante i risultati statistici, una evidente preoccupazione per il terrorismo è riscontrabile anche nel 2017. Questa viene fuori più forte che mai in episodi derivati da quella che la stampa ha chiamato “psicosi da terrorismo”. L’episodio più eclatante è stato certamente la tragedia di piazza San Carlo a Torino, dove durante la proiezione su maxischermo della partita di Champions League più di 1500 persone sono rimaste ferite e una donna è morta travolta dalla folla in fuga, per quello che si pensava fosse un attacco terroristico. Ci sono stati poi numerosi altri episodi minori di “psicosi da terrorismo”, come per esempio l’allarme dato su un traghetto diretto a Ischia a causa della presenza di una donna con l’hijab, o i falsi allarmi bomba nelle metropolitane di Napoli e Roma. Tutto ciò è significativo e ci dimostra come la paura sia penetrata tanto a fondo nelle persone che una borsa abbandonata, una donna con vesti islamiche o qualunque cosa abbia fatto agitare la folla quel 3 giugno 2017 a Torino, arrivino a scatenare fenomeni di panico collettivo anche mortali. Forse, possiamo ringraziare per questo anche le continue notizie su falsi allarmi bomba e dichiarazioni politiche di stampo allarmista che hanno versato benzina su un fuoco che già ardeva per la situazione politica instabile del 2016. Sull’agenzia di notizie Ansa.it, si possono contare un totale di 437 tra articoli e video reportage su falsi allarme bomba negli ultimi anni, dei quali 41 solo nel 2018.

Considerando i dati e i fatti citati, riflettiamo. La paura di un attacco terroristico quanto è reale e quanto è ingigantita dalla nostra percezione e da fattori esterni? Molte volte la percezione del rischio non corrisponde alla sua reale portata. Il rischio reale infatti è valutato statisticamente ed è misurabile, così come lo è l’efficacia delle misure di protezione. Nel 2017 in Italia sono state arrestate 27 persone sospettate di terrorismo di stampo religioso, contro 373 in Francia, 78 in Spagna, 50 in Belgio e 52 in Germania (fonti tesat 2018), tutti paesi che hanno effettivamente subito attacchi terroristici negli ultimi 4 anni. Eppure, il 18 ottobre 2016 su Rai News si legge “crescono i jihadisti in Italia, primato espulsioni UE”. Ognuno percepisce la realtà a suo modo, anche quando davanti si trova dati statistici oggettivi, ma la comunicazione ansiogena data dai media decisamente aiuta a distorcere la percezione della realtà. Le vittime europee di attentati terroristici, dentro e fuori i confini UE, nel 2016 sono state 238 mentre nel 2017 le vittime dentro i confini europei sono state 66. Numeri molto bassi se messi a confronto con le morti per incidente d’auto (solo in Italia, 3283 nel 2016 e 3378 nel 2017). Eppure, nessuno di noi smette di viaggiare in auto per il rischio di fare un’incidente mentre molti evitano città come Parigi, Berlino o la per ora innocente Roma, per paura degli attacchi terroristici. Ciò che non dipende dalla nostra volontà e sfugge al nostro controllo è sempre spaventoso. Il terrorismo come fenomeno fuori da ogni logica e prevedibilità genera ansia e sentimento d’impotenza, ma non bisogna lasciare che la percezione del rischio sia più forte della sua reale portata. Specialmente, dovremmo cercare di non lasciare che il sistema ansiogeno e allarmista di fare giornalismo che esiste in Italia distorca la nostra percezione delle cose. Ridimensionare certi fenomeni e dargli l’importanza che hanno non solo aiuta a vivere più serenamente ma anche ad avere una visione più oggettiva e pulita del mondo che ci circonda.

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Pubblicato in: Attualità

Chiara Langianni si laurea in lingue, letterature e studi interculturali, da sempre una divoratrice di libri e un'attenta osservatrice della società. Ha terminato l'ultimo anno di magistrale in letterature moderne, comparate e postcoloniali e attualmente sta stendendo la sua tesi di ricerca in Argentina.

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