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Perché lo smartphone è ben più che gattini e influencer

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Quando mio padre tornò a casa con il suo primo telefono portatile, tornò a casa sostanzialmente con una valigia. Quando toccò a me, ebbi la mia prima esperienza di resistenza al cambiamento tecnologico: mi sembrava un’imposizione genitoriale atta a controllarmi, a sapere dove mi trovassi sempre e comunque, con la sola consolazione di poter giocare a Snake. La resistenza la vinse una ragazza semplicemente chiedendomi il numero, incidente che mi portò ad avere un 3310 usato il pomeriggio stesso.

 

(AEG Telecar CD 452, un equivalente dell’australopiteco dello smartphone)

Sebbene vinta da una semplice necessità pratica, la resistenza ritornò con lo smartphone e non fu (e non è) solo mia. Due miei amici, gli ultimi refrattari, si sono adeguati al nuovo strumento solo quest’anno (uno di loro mi costringe a installare nuovi sistemi di messaggistica sempre più criptati, perché non si sa mai), le aziende produttrici continuano a creare modelli tradizionali per un mercato di nicchia. Sulle nuove tecnologie, benevole o malevoli che siano, più di qualcuno si dimostra recalcitrante. Le innovazioni, che pure portano un progresso e una semplificazione della nostra vita quotidiana, sono al tempo stesso contornate di un’aura di sospetto di natura più emotiva che razionale. Concetti come la scomparsa dei lavori di una volta, l’appiattimento dei valori della società su frequenze anonime e conformiste, la perdita dell’identità, l’alienazione e l’inevitabile degrado morale collettivo costituiscono il refrain della resistenza al cambiamento tecnologico. La possibilità offerta dagli smartphone di una connessione è anche la possibilità di un’esposizione continua. Potrebbe esservi capitato di entrare in un pub e leggervi un cartello con scritto “no, non abbiamo il wi-fi, potete usare il social più antico: PARLARE TRA VOI!”. Un paio di anni fa assurse agli onori della cronaca Don Carlo, il parroco anti-smartphone. L’idea è che questi dispositivi per i quali abbiamo sviluppato una sorta di simbiosi siano la porta dell’asocialità, dell’allontanamento dai valori analogici più naturali. Per colpa dei telefonini, la gente non legge più Proust, anzi non legge affatto; non va a teatro, in chiesa e ha livelli mnemonici e di attenzione molto più bassi rispetto a una persona colta del medioevo, che i libri li imparava a memoria. Dimenticandoci del ben più serio problema della privacy, la nostra latente resistenza al cambiamento porta la nostra attenzione sugli svantaggi di un’invasione di contenuti futili, stupidi, inconsistenti e talvolta immorali. Gattini e influencer onnipresenti sui nostri schermi personali sono sia il segno che la causa di un vuoto dell’anima che man mano distrugge la nostra civiltà.

(non lasciatevi ingannare da quello sguardo sexy: l’influencer kylie jenner sta distruggendo la nostra civiltà)

Sebbene una valutazione delle ripercussioni negative a livello sociale degli smartphone non sia da scartare a priori, nella visione generale alcune questioni di una certa importanza vengono tralasciate. Anche negative, come detto, la questione della privacy è tutt’altro che risolta. Basti pensare alla recente bagarre riguardo l’app “Immuni” che ha riportato alla ribalta mediatica il tema dei dati personali. Molti meme hanno sottolineato come la gente si rifiuti di barattare la privacy con la salute, mentre la scambia per sapere “quale gattino sei” su Facebook.

Ma se possiamo dibattere se utilizzare o no la possibilità di mappare gli spostamenti di ognuno, probabilmente salvando delle vite, lo dobbiamo all’esistenza stessa del brillante telefono Il catastrofismo sociale dei resistenti al cambiamento tecnologico dimentica altri fattori fondamentali. Nessun possessore di smartphone è obbligato a guardare le foto piccanti di qualche influencer, a postare foto di gatti o a condividere fesserie complottiste. Così come non è obbligato a fare tutte queste cose invece di parlare con le persone sedute al suo tavolo (che il livello di conversazioni seduti al tavolo sia così scadente da dover tirare fuori il cellulare?).

(non è evidente lo sguardo satanico? Non ti senti già più asociale? Andrebbe inoltre ampliato lo sguardo. Uno studio dell’economista Robert Jensen ha mostrato come la maggior comunicazione offerta dalle reti mobili abbia aumentato il reddito dei piccoli pescatori di Kerala, nel sud dell’india, diminuendo il prezzo del pesce e limitando drasticamente l’invenduto. Grazie al telefono i pescatori in mare sono in grado di informarsi sulle condizioni dei mercati portuali raggiungibili e dirigersi verso quelli dove la domanda è più elevata. Prima della telefonia portatile i pescatori di Kerala andavano a intuito, talvolta potevano essere fortunati, più spesso erano costretti a vendere il frutto del loro lavoro a prezzi irrisori, se non a doverlo buttare, mentre in altre zone il prezzo del pesce era proibitivo per molti consumatori (in India, oltretutto in decenni passati, il prezzo proibitivo di generi alimentari ha un significato diverso dal nostro).

Ma non ci si ferma qui. Grazie agli smartphone agricoltori, pescatori, commercianti ambulanti, ristoratori delle zone meno sviluppate del mondo possono avere accesso a previsioni del tempo, andamento dei mercati, ordinare merce da fornitori differenti. I medici possono monitorare un più ampio gruppo di pazienti, l’informazione sulle emergenze diventa più rapida. Mentre usiamo la nostra connessione onnipresente per seguire assurde diete trovate sui social, nel mondo la usano per ottenere informazioni che aumentano il benessere e migliorano le vite: in certe zone del mondo basterebbe bollire l’acqua per salvarsi dal colera, ma è necessario saperlo. Come dice Steven Pinker “[…] buoni consigli sulla salute, l’attività agricola e gli affari, sono più che a buon mercato: sono gratuiti”. Non è poco: si stima che lo smartphone aumenti di 3000 dollari il PIL annuale di un paese in via di sviluppo. Ma anche senza cambiare emisfero, i vantaggi di una connessione continua e illimitata sono sotto gli occhi di tutti, sebbene lo sguardo tenda più a volgersi sugli eterei e non quantificabili svantaggi. Oggi portiamo in tasca un navigatore satellitare, una torcia, dei videogiochi, molteplici sistemi di pagamento e controllo finanziario, accesso a milioni di canzoni e brani musicali, abbiamo un block notes, un registratore vocale, un’agenda, una rubrica, tutti i giornali, una macchina fotografica e perfino un telefono (senza fili). Tutte queste cose solo qualche lustro fa non stavano in un taschino; mettendo su compact disc l’archivio musicale di spotify o youtube e impilando tutti i CD da noi prodotti, otterremo una pila alta più o meno come la Marmolada, e avremmo bisogno di Reinhold Messner per recuperare i dischi più in alto. Solo per portare un’agenda, una macchina fotografica, un registratore vocale, un blocco note e una singola copia di un solo quotidiano avremmo bisogno di uno zaino o di una valigetta (quindi due valigette nel caso di mio padre e il suo telefono portatile).

Personalmente sono molto contento di non perdermi quando vado in un luogo che non conosco, di registrare o prendere nota di qualche mio pensiero senza dover correre alla ricerca di carta e penna prima di dimenticarlo, di sapere gli orari di apertura di un esercizio senza doverli scoprire andandoci, col rischio di fare un viaggio a vuoto. La possibilità di una connessione continua diminuisce drasticamente i tempi necessari per un numero incalcolabile di operazioni, non ultimo andare in posta o all’INPS senza perderci la giornata. Mentre leggo posso verificare il significato di termini che non conosco quasi istantaneamente, senza mettere giù il libro (o l’eBook reader), andare alla libreria, prendere il dizionario e cercare la definizione. Tutto questo si traduce in tempo guadagnato, che posso dedicare ad altro, ossia alla famiglia, alla socialità, al leggere di più, magari in lingua, o a guardare video di gattini. Perciò se vi trovate a un tavolo con degli amici e sentite continuamente l’esigenza di guardare un video su youtube, non date la colpa al vostro aggeggio, il problema è che il video di youtube è più interessante dei vostri amici e dei loro discorsi: avete bisogno di nuovi amici. Se avete scoperto che invece di leggere Proust avete passato ore a condividere video di gatti, articoli sui gatti e diete per gatti, non date la colpa allo smartphone: semplicemente vi piacciono più i gatti rispetto agli scrittori francesi. Tranquilli, non è un crimine e ciò non fa di voi persone cattive.

In definitiva, la bontà o meno di invenzioni rivoluzionarie come lo smartphone, dipende da come le si usa. La metà degli adulti del mondo possiede uno di questi dispositivi e nell’emisfero occidentale la percentuale sale quasi alla totalità. Ci lamentiamo di internet, dei telefoni di ultima generazione scrivendo post su Facebook o postando foto di gente asociale al bar su instagram, utilizzando gli stessi strumenti che vorremmo demonizzare. Se ci pensiamo bene il prezzo di uno smartphone è molto più basso del suo valore, più basso di quanto ci costerebbero separatamente tutte gli oggetti al suo interno, infatti lo paghiamo volentieri sia in termini economici che valoriali. Se quando si parla di smartphone la seconda cosa a cui pensiamo (la prima è: “dove l’ho messo”) sono le fesserie che girano su quegli schermi, è perché c’è una diffidenza di fondo, una resistenza al cambiamento. Lo smartphone, così come altre innovazioni tecnologiche, allarga le nostre possibilità. Ma un maggior numero di possibilità implica un maggior numero scelte. Queste ultime richiedono due cose: sforzi cognitivi e assunzioni di responsabilità, cose di cui faremmo volentieri a meno.

Ed è proprio qui che sta l’inghippo: incolpare lo smartphone (o qualsiasi altra nuova tecnologia dell’informazione) di permettere a gattini e influencer di distruggere la civiltà, è un fantastico modo per non assumersi le responsabilità dell’utilizzo dello strumento e di non fare lo sforzo cognitivo di cercare di comprendere se e come la civiltà si stia perdendo. Che l’appiattimento dei valori della società su frequenze anonime e conformiste, la perdita dell’identità, l’alienazione e l’inevitabile degrado morale collettivo, ammesso che esistano, siano da imputare più a noi che ai nostri telefoni?

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Pubblicato in: Attualità

Cercatore di problemi di grande successo, quando non li trova se li inventa. Laureato in lettere, ha intrapreso una carriera come consulente politico e addetto stampa.

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