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March Bloch uno storico combattente

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La mobilitazione totale operata dai governi dei paesi belligeranti a partire dall'estate 1914 chiamò alle armi intere generazioni di giovani francesi, tedeschi, italiani, russi. Tra i milioni di cittadini che nell'estate 1914 si videro assegnata un'uniforme e un grado militare c'era il futuro storico di fama mondiale Marc Bloch.

Nato nel 1886 in una famiglia ebraica di Lione, Marc Bloch studiò storia dapprima a Parigi, quindi a Lipsia e Berlino. Al momento della chiamata alle armi nell’agosto 1914 insegnava in un liceo di Amiens. Dopo l’inizio delle operazioni sul fronte occidentale con il grado di sergente, Bloch avrebbe combattuto per i successivi quattro anni, con l’esclusione di due interruzioni di alcuni mesi dovute a lievi ferite, terminando il conflitto con il grado di capitano. Dopo la smobilitazione occupò la cattedra di Storia Medievale all’Università di Strasburgo. Qui sarebbe avvenuto l’incontro fondamentale con il modernista Lucien Febvre, insieme al quale nel 1929 Bloch avrebbe fondato la celebre rivista «Annales d’histoire économique et sociale». Dopo essere rimasto fino al 1936 a Strasburgo, per i successivi tre anni insegnò alla Sorbona. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, per quanto, data la sua età, fosse dispensato dalla chiamata alle armi, si arruolò volontario nell’esercito francese. Dopo aver vissuto in prima persona la rapida sconfitta del proprio esercito nel 1940, lo stesso Bloch cercherà di analizzarne le cause in un testimonianza scritta «a caldo» in quegli stessi mesi, L’étrange défaite (La strana disfatta). Dopo la disintegrazione dell’esercito francese, Bloch, nonostante fosse di origine ebraica, riprese l’insegnamento universitario nello stato fantoccio di Vichy “per eccezionali servizi scientifici resi alla Francia”. Dopo aver insegnato alle università di Clermont-Ferrand e Montpellier, nel 1943 scelse la via della Resistenza, unendosi ai partigiani della sua città natale, Lione. Arrestato dalla Gestapo l’8 marzo 1944 e brutalmente torturato, Bloch verrà fucilato il 16 giugno successivo. Quello che qui ci interessa approfondire non è tanto il grande storico dei Re taumaturghi o della Società feudale, ma il giovane professore di storia che nell’agosto 1914 si è trovato all’improvviso con le spalline da sergente diretto verso il fronte della Marna. I suoi Souvenirs de guerre (Ricordi di guerra 1914-1915) sono tanto più preziosi in quanto scritti «a caldo», durante i cinque mesi di degenza causati da una febbre tifoide tra gennaio e giugno 1915. Nei Ricordi dei primi mesi della Grande Guerra, scritti unendo la memoria agli appunti presi giorno per giorno nel suo diario, possiamo trovare sia le emozioni, i sentimenti e le percezioni dell’uomo Marc Bloch, sia le emozioni collettive diffuse, ad esempio, nelle strade di Parigi all’indomani della dichiarazione di guerra, o fra i soldati ammassati in una trincea in attesa dell’attacco nemico. Un altro elemento che rende preziosa la testimonianza in presa diretta di Bloch consiste nel suo essere limitata ad una piccola sezione del fronte occidentale. Come afferma a più riprese nel testo, il giovane sergente che combatteva nei boschi della Champagne sapeva poco o niente di quanto avveniva non solo sugli altri fronti di guerra, ma nemmeno nel resto di quello occidentale. E questa condizione accumunava pressoché tutti i combattenti in ogni teatro di guerra: raramente si aveva la percezione di quale fosse l’andamento generale del conflitto. Come emerge dalle testimonianze di Bloch, i soldati di prima linea capivano se stavano arretrando o avanzando, ma quand’anche fossero sicuri che stavano conquistando posizioni ai tedeschi, non potevano dire se in un altro punto del fronte non stesse avvenendo il contrario. A parlare, in quest’opera che è una via di mezzo tra un diario e un libro di memorie, non è lo storico, ma il testimone. Bloch non ha scritto la storia della prima guerra mondiale e nemmeno della sola battaglia della Marna (quella che lui, senza saperlo, combatte in quei cinque mesi); egli ha riportato solo quello che ha vissuto rievocando gli stati d’animo provati mentre ciò accadeva. “Capivo poco della battaglia. Era la vittoria della Marna. Non avrei saputo darle un nome. Cosa importava? Era la vittoria”. Il suo è uno spaccato sulla vita quotidiana in una microsezione di un fronte lungo centinaia di chilometri. Lo storico, qui, rimane nell’ombra, non prende il posto del testimone e resiste alla tentazione di partire dall’esperienza personale per scrivere una storia tout court della Grande Guerra sul fronte occidentale.

I Ricordi di guerra di Marc Bloch sono interessanti anche per lo spaccato sulla mentalità collettiva condivisa dalla maggioranza dei suoi concittadini allo scoppio della prima guerra mondiale. Infatti, le prime pagine si aprono con il suo arrivo, nell’agosto 1914, alla stazione parigina della Gare de Lyon, in una capitale ormai rassegnata ad accettare una “guerra [che] sembrava inevitabile”. La Parigi descritta da Bloch in queste pagine è una città “tranquilla e un po’ solenne”, priva di manifestazioni pubbliche, di entusiasmo o di protesta. Quasi fossero le uniche a prevedere la tragedia imminente, solo le donne mostravano “la tristezza che stava in fondo a tutti i cuori” attraverso i loro “occhi gonfi e rossi”. Allo stesso modo, l’angoscia e l’incertezza che attanagliavano Bloch durante le prime settimane di guerra – segnate dalla quasi totale assenza di combattimenti e da una pressoché costante ritirata di fronte all’avanzata di un esercito tedesco che sembrava inarrestabile – erano le stesse provate dalle altre centinaia di migliaia di soldati che si trovarono catapultati al fronte. L’angoscia e l’incertezza, come accennavo prima, erano incrementate dall’ignoranza su quanto stava avvenendo nelle altre zone del fronte e dalla mancanza di informazioni sull’esatta strategia che stavano attuando gli alti comandi: le continue perdite di posizione erano dovute all’incapacità dell’esercito francese di combattere o da una tattica consistente nell’organizzare un fronte più forte possibile con cui contrattaccare il nemico? In particolare, ciò che scoraggiava Bloch e i suoi compagni era proprio l’assenza di combattimenti. Infatti, per lunghe settimane non fecero altro che arretrare senza aver mai sparato una cartuccia né visto i tedeschi. Questo comportamento, che ai soldati appariva una fuga vigliacca senza nemmeno aver cercato di difendersi, generò un profondo senso di frustrazione nei militari. Leggiamo come Bloch ha descritto l’incomprensione provata in seguito all’ennesimo ordine di ritirata:

“Ecco che, a quanto sembrava, era cominciata la grande ritirata poiché attraversavamo il ponte che avremmo dovuto difendere. Riprendevamo quella lunga e desolante marcia di ripiegamento che già ci aveva portato dal Lussemburgo belga fino alla Marna. Tante volte avevamo sperato di vederne la fine […]. Ancora una volta ripartivamo. Credetti che tutto fosse perduto. Se avessi saputo! Mentre, nella notte, percorrevo tristemente una strada estremamente tortuosa ai cui lati piccoli gruppi di alberi assumevano l’aspetto di fantasmi sullo sfondo del cielo, mentre, con la rabbia nel cuore, sentendo gravare sulla spalla il peso del fucile che non aveva mai sparato, ascoltavo risuonare sul suolo i passi incerti dei nostri uomini mezzo addormentati e pensavo che ero solo un vinto tra i vinti senza gloria, senza aver mai versato il proprio sangue in battaglia – laggiù, tra gli stati maggiori, a Parigi stessa – si sapeva della vittoria, o almeno la si presentiva. A Larzicourt invece ignoravamo tutto. Su quella strada ho vissuto ore di dolore”.

La stessa onestà intellettuale che gli aveva fatto desiderare il primo combattimento, portò Bloch a descrivere il dolore e lo sconforto provati di fronte alla morte dei compagni di cui era diventato ottimo amico. Lo stesso vale per il turbamento che accompagnava le lunghe notti invernali trascorse nelle trincee più avanzate, vissute nella costante attesa che una granata tedesca centrasse in pieno la propria posizione. Ma nonostante tutto, afferma Bloch, l’adrenalina del combattimento sembrava essere preferibile all’oziosa inattività nella quale trascorrevano le giornate negli acquartieramenti situati in qualche villaggio evacuato nelle retrovie. Qui le giornate si trascinavano nella noia e talvolta sfociavano nei saccheggi delle case private, che la polizia militare non sempre riusciva a sventare. Ecco quanto accadde, ad esempio, nel villaggio di Vienne-le-Château:

“Lo stato maggiore aveva costretto la popolazione civile a partire. Noi dormivamo nei letti dei proprietari assenti, mangiavamo sui loro tavoli e sulle loro tovaglie, alla luce delle loro lampade, consumando talvolta le loro provviste. Era una vita da briganti. Nonostante la polizia militare, ci fu saccheggio. Qualche poltrona prese la via delle «baracche» o persino delle trincee”.

Pubblicato in: Storia

Dopo la maturità classica intraprende gli studi universitari in Storia per laurearsi nel 2019 con una tesi sulle origini del fascismo nella Provincia di Venezia.

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