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La tristezza come via d'uscita

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La stanchezza fisica spesso non è altro che un segnale di malessere emotivo. Le due cose vengono confuse, perciò è necessario capire qual è la differenza.

Perché ci sentiamo tristi? La tristezza è l’incontro tra il desiderio e i limiti che lo caratterizzano, quella sensazione che emerge in seguito a periodi intensi, nella ricerca ostinata della propria direzione. Smarrirsi, come una bussola che non indica il Nord, ci contamina. Come in uno stato di ansia, di ineguatezza forse, ricerchiamo risposte all’esterno quando sono già tutte dentro di noi.

Ci viene spontaneo pensare che la tristezza dipenda da una causa esterna – un litigio, un lavoro, un amore che non funziona – ne identifichiamo il problema impegnandoci nell’eliminarlo. Invano, la tristezza ritorna. Nessuno considera che quella malinconia possa essere un alleato che viene da dentro, una risorsa preziosa che si affaccia all’anima quando pretende una novità. Forse è ora il momento di cambiare? La verità è che gli eventi esterni sono solo opportunità, la capacità del cambiamento è dentro di noi. L’anima invia la tristezza per riequilibrarci, per renderci consapevoli a cosa stiamo rinunciando. Una sensazione che spaventa, ti mette alla prova ogni volta che ti allontanerai dalla tua zona di confort. Ma, dopotutto, senza il cambiamento non c’è progresso, né maturazione. Accogli dentro di te il rinnovamento. Quella malinconia, falla accomodare, accettala: sarà lei a indicarti la via per ritornare a sorridere.

“E’ necessaria l’infelicità per capire la gioia, il dubbio per capire la verità, la morte per comprendere la vita. Perciò affronta e abbraccia la tristezza quando viene”. Madre Teresa

Per imparare a guardare la vita con più consapevolezza bisogna considerare il dolore quanto la morte come parte di essa. La società in cui viviamo non ne parla perché le teme. Cerca di tenerla distante da sé. C’è qualcosa di malsano nel modo moderno di concepire il “lutto”, che alla fine è collegato al nostro modo altrettanto malsano di concepire la letizia. Pretendere di capire la gioia senza provare a comprendere il dolore è come fare una traduzione senza sapere una sillaba di una delle due lingue: si può tentare, ma non si può sperare in un risultato soddisfacente. La tristezza è un segnale emotivo. Ci chiede di sospendere i nostri ritmi di vita, talvolta frenetici, per ritrovare un momento di riposo. Ci sentiamo svogliati, stanchi, distratti e a volte insicuri, questo perché non percepiamo quella carica energetica nelle nostre giornate.

Ed è così che l’amigdala (l’area del cervello che controlla le emozioni) entra in uno stato di quiete, producendo un basso livello di energia. L’istinto di conservazione quanto il distacco sono i segnali più forti che percepiamo quando siamo tristi. A volte è necessario un arresto, o una resa per poter rimettere a posto quei tasselli e riprendere il percorso. Ignorare quella voce interiore non aiuterà, tantomeno risolverà i conflitti che si celano nel profondo. A un momento iniziale di benessere ne seguiranno altri bui più marcati. Resistere allungherà la pena.

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Pubblicato in: Psicologia

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