Blog Menu

Ultimi post

La lettera di un Mentor al suo Mentee

123 Visualizzazioni 0 È piaciuto

Udine, 25 Luglio 2019

Caro Marco,

è difficile scriverti, perché quando mi trovo in questo stato di nostalgia, ho tanti pensieri che vorrei esprimere, ma non sempre è così semplice “buttarli” su carta. Sono un sentimentale, lo sai, e lo sei anche tu. Infatti, come potrei dimenticarmi le nostre battaglie con le spade, quando mi hai travestito da Zorro, quando abbiamo guardato assieme Aldo, Giovanni e Giacomo ridendo assieme. Sorrido perché questi ricordi fanno ormai parte di me e spero anche di te. Io mi sono divertito, abbiamo faticato assieme per raggiungere questo traguardo, abbiamo creduto di potercela fare e alla fine hai dimostrato a te stesso e anche agli altri che nel momento del bisogno sei capace di portare “a casa” il risultato finale. Ma vorrei spendere alcune parole su due valori che io ritengo in te presenti. Questi sono solo nella fase più acerba dell’evoluzione, ma per chi ti sta vicino da molto tempo e per chi, come me, ha l’occhio analitico, rappresentano già aspetti indissolubilmente uniti alla tua anima ed estremamente evidenti nel tuo modo di essere e di fare, ma che allo stesso modo devono esser coltivati e perfezionati con cura. Sono la coerenza e l’arte di voler bene

La coerenza

Un equivoco non banale è credere che essere coerenti significhi non cambiare idea e restare sempre uguali a sé stessi. Ma quale coerenza garantirebbe il restare uguale a sé stessi in un mondo che nel frattempo cambia?

Mi ricordo quando avevo la tua età e mi scappa un sorriso nel pensare che per chi aveva il telefono ci fossero solo gli SMS (non Whatsapp), che era uscito da poco Facebook, che c’erano ancora le nostre mamme che si telefonavano sotto nostro invito per sapere se tra maschi si potesse uscire a giocare a calcio. Erano i tempi dei primi baffi (oh, quanto ne andavo fiero. Te ne ho parlato un po’ di tempo fa. Per un anno e mezzo li ho tenuti perché erano il mio simbolo di virilità). Erano i tempi delle prime “cotte”, i tempi in cui attendevo solo la ricreazione per giocare a calcio, oppure solo le pause tra una lezione e l’altra per ritrovarsi in bagno per “un due” battute con il comico della classe. Erano i tempi dell’apparecchio, della vergogna nel portarlo, della successiva noncuranza nell’averlo, nonostante storpiasse le mie parole. Tu ben sai che la realtà delle Medie che ho vissuto sia oramai molto diversa dalla tua. Infatti, oggi la maggior parte dei tuoi compagni ha uno smartphone (all’epoca c’erano i telefoni a conchiglia). Oggi la chat è una lama a doppio taglio che ti permette di rimanere spesso connesso con le persone, ma che rende anche le stesse meno sensibili e poco attente nello scegliere le parole che vengono inviate agli altri (Un tempo c’erano le lettere come queste). Oggi c’è il bullismo, ma in realtà questo fenomeno non è nuovo. Io ne fui vittima alle elementari, ma questa è un’altra storia, (guardo di lato lo schermo, mentre negl’occhi mi passano davanti le scene che ho affrontato). Ti basta vedere ciò che sono oggi, ciò che sono stato con te e per te e capirai quanto il bullismo non mi abbia fermato, quanto anzi mi abbia temprato. Ci sono stati momenti in cui è stata dura per te allo stesso modo, in cui hai dovuto lottare. Ti dico che non è finita. Non potrai mai smettere di lottare. Ma sai che puoi vincere. In un mondo che si evolve, il nostro rapporto con esso deve inevitabilmente cambiare. Per essere coerenti, dobbiamo cambiare con il mondo. Dal rifiuto della consapevolezza deriva una falsa concezione di coerenza che sarebbe più appropriata chiamare col nome “nostalgia”. Dimostra quello che io ho intravisto in te. Dimostra che sei innovativo e non smettere mai di credere di poter raggiungere i tuoi obiettivi. Forse con il tempo si potranno limare, ma sii capace di vedere il mondo che ti circonda e di affrontarlo con gli strumenti più adatti in modo tale da soddisfare i tuoi scopi. Non rimanere indietro, capirai che bisogna stare in mezzo alla mischia del mondo del lavoro per esser consapevoli del suo continuo mutamento.

Usa le tue capacità, usa la tua voglia manuale e anche lo studio per dimostrare a te stesso e agli altri che non sei come tutti, sei unico e speciale e soprattutto sempre sul pezzo, sempre attento a ciò che succede attorno a te. Sei acuto lo so. Incomincia a leggere i giornali, incomincia ad usare gli strumenti che hai per informarti. Più sai com’è il mondo, più saprai affrontarlo. A settembre sarà una nuova fase della tua vita, non avere paura, non eccessivamente almeno (un po’ è sempre utile). Saprai affrontarla, ne hai la forza, ne hai la voglia. Nuovo ambiente, nuovi compagni, nuove cose da imparare che spero siano più interessanti.

L’arte di voler bene

“Voler bene” e “amare” sono espressioni simili che appartengono alla stessa famiglia, ma esprimono significati differenti. La benevolenza è un sentimento lineare e semplice, l’amore è come le persone, multiforme e molte volte contradditorio.

La dimensione bisognevole (l’amore contradditorio) comporta spesso forme di dominio psicologico e di dipendenza. L’amore è verso ciò che l’altro rappresenta. Dunque, il mancato amore verso l’altro come persona è controbilanciato dall’illusione che l’altro, grazie al nostro amore, diventerà come vorremmo che fosse. E il distacco da questa persona corrisponde all’impossibilità di vedere soddisfatti i propri bisogni.

La dimensione benevola si fonda invece sul desiderio del bene dell’altro e sulla promozione della sua libertà. Quando si vive questa dimensione, ci si sente legati e non vincolati, l’altro è accettato per com’è, non si desidera il suo cambiamento, anzi si vuole bene anche a quelli che potrebbero apparire come difetti. Quello che vedo in te è una persona capace di essere sincera, di voler esser trasparente e affettuosa. Questo valore è antico, risale all’epoca dei Romani. Infatti, si diceva un tempo “amor vincit omnia” (il sentimento profondo vince ogni cosa). Ricorderò i nostri abbracci, ricorderò le tue pacche sulle spalle, le mie sulle tue un po’ troppo forti, ricorderò i baci sulla guancia alla fine di ogni lezione, le risate e le strette di mano.

“Ti voglio bene” è una bella espressione, è forse il modo più generoso di esprimere i propri sentimenti, in quanto significa “desidero il tuo bene”. L’espressione “Ti amo” può esser invece interpretata anche in modo egoistico: ho bisogno di te. Voler bene è invece un regalo all’altro e basta. È il sentimento amoroso più benevolo, quello del genitore verso il figlio, del maestro (io) verso il suo allievo (tu). Pertanto, voglio dirti “Grazie”, voglio dirti “Ti voglio bene” e soprattutto “Non esitare a cercarmi, perché se mai tu dovessi aver bisogno di un consiglio, di un aiuto, sai che io ci sarò”. Abbiamo affrontato due anni, che sono scivolati via rapidamente, ma io non ho dubbi che i nostri incontri ti abbiano lasciato qualcosa, qualcosa nel profondo.

È difficile scrivere. Quando mi trovo in questo stato di nostalgia, ho tanti pensieri che vorrei esprimere, ma non sempre è così semplice “buttarli” su carta. Sono un sentimentale, lo sai, e lo sei anche tu. Mi rivedo in te in alcune cose, la voglia di giocare, la voglia di creare e di sporcarmi le mani, la voglia di godermi il tempo in famiglia, l’acutezza nascosta da un velo di immaturità. Non è solo lo studio che ci ha unito. Credo che sia qualcosa di più ora.

Mandi,

Simone C.

Pubblicato in: Psicologia

Dopo essersi laureato in Psicologia a Padova (2018), ha intrapreso la magistrale in Psicologia sociale, del lavoro e della comunicazione. Appassionato di libri gialli e di sport, attento ai cambiamenti del mondo, dalla politica all’immigrazione, dall’ambiente alla tecnologia tratta, attraverso la scrittura, l'evoluzione in particolare del mondo del lavoro in chiave etica e psicologica.

Lascia un commento

Codice di sicurezza