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La guerra che non finisce: La pace di Brest-Litovsk e le sue conseguenze in Europa orientale

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La Pace di Brest-Litovsk, stipulata il 3 marzo 1918 fra gli Imperi centrali e la Russia, segnerà l'uscita di quest'ultima dalla prima guerra mondiale. Firmata nella fortezza di Brest-Litovsk, quartier generale dello stato maggiore tedesco nel fronte orientale, la pace prevedeva condizioni drammatiche per la Russia, che diventava la prima nazione sconfitta della Grande Guerra.

Ma facciamo un passo indietro e ripercorriamo brevemente la prima guerra mondiale dal punto di vista russo. Entrato in guerra alla fine del luglio 1914, l’Impero russo versava in condizioni disastrose. Il fronte interno era stato pressoché privo di spinte interventiste: l’entrata in guerra fu soprattutto una mossa politica condotta dallo zar Nicola II per cercare nel conflitto con la Germania, l’Austria-Ungheria e l’Impero ottomano una valvola di sfogo ai problemi cronici che affliggevano l’Impero. In Russia la servitù della gleba, per quanto abolita nel 1861, era de facto ancora una realtà nelle campagne gestite con metodi feudali. Dopo alcune settimane segnate da una rapida avanzata dell’esercito zarista verso ovest, esso ricevette una potente battuta d’arresto con le battaglie di Tannenberg (23-30 agosto 1914) e dei Laghi Masuri (8-10 settembre 1914). I successi russi sarebbero poi ripresi, raggiungendo l’apice nell’estate 1916, con la cosiddetta «offensiva Brusilov», dal nome del generale che la guidò. Questa operazione causò importanti sconfitte nell’esercito austro-ungarico; inoltre contribuì all’entrata in guerra di nuovi stati, come la Romania, che vedevano nella debolezza austro-ungarica un’inedita possibilità per accaparrarsi nuovi territori.

Con la prosecuzione della guerra, il malcontento fra i soldati al fronte e i mobilitati ancora in patria cresceva. L’esercito zarista messo in campo nell’estate 1914 era composto per il 95% da contadini, ai quali, per ottenerne un’efficace mobilitazione anche sul piano culturale, lo stato aveva fatto due grandi promesse (peraltro già utilizzate nei secoli precedenti): terra e libertà. In cambio del contributo dato alla patria in guerra, i contadini avrebbero ottenuto terre libere dal vincolo della proprietà fondiaria e la libertà, per le comunità rurali, di autogovernarsi, esautorando lo stato. Il prolungarsi di un conflitto di posizione come fu la Grande Guerra, della quale era impossibile immaginare quando sarebbe finita, e il desiderio di veder attuate le promesse di terra e libertà, diffondevano un profondo malumore fra i combattenti. Alcune cifre sull’esercito zarista dovrebbero dare un’idea della situazione in cui si trovava: tra l’agosto 1914 e il gennaio 1917 erano stati mobilitati 14 milioni di contadini; all’inizio del 1917 i morti erano già 1,8 milioni; i soldati feriti o prigionieri 3,2 milioni. Le risorse socio-economiche richieste per mantenere una mobilitazione simile richiedevano uno sforzo inaudito per le casse statali e per la società contadina. I malumori provocati dal protrarsi di questa situazione avrebbero trovato un potente catalizzatore nella rivoluzione scoppiata nel febbraio 1917 (secondo il calendario giuliano, in vigore in Russia fino alla Rivoluzione di ottobre; marzo secondo il calendario gregoriano), a seguito della quale anche i soldati al fronte avrebbero iniziato, imitando quanto fatto a Pietrogrado dagli operai, a riunirsi in soviet, ossia in comitati di soldati, che sarebbero arrivati a imporre la propria volontà agli ufficiali, disobbedendo ad ordini che non condividevano. Tuttavia, per quanto il malcontento al fronte fosse presente e profondo, mi sembra giusto evidenziare come non furono i soldati di prima linea a far scoppiare la rivoluzione, ma le imponenti e inquiete guarnigioni stanziate nella capitale, le quali, già nella Rivoluzione di febbraio, anziché aprire il fuoco sugli operai in sciopero – come era stato loro ordinato – scesero in strada a manifestare accanto ad essi. A conferma di ciò si consideri che fino all’estate 1917 il numero di disertori al fronte non superò il 3%; al contrario, le guarnigioni collocate nelle retrovie subirono, solo nel periodo marzo-maggio 1917, un numero di diserzioni oscillante fra le 400 000 e le 700 000. Nonostante tutte le difficoltà di ordine interno che stava attraversando l’Impero zarista, il suo esercito fu ancora in grado di lanciare un’ulteriore offensiva contro i tedeschi nel giugno 1917. Ma fu solo l’ultimo canto del cigno prima della disfatta: entro la fine di luglio il fronte russo avrebbe perso circa 400 chilometri.

I bolscevichi di Lenin, a partire dall’estate 1917, avrebbero fatto proprie le promesse di redistribuire terre libere ai contadini-soldato, con l’aggiunta di un nuovo importantissimo punto al proprio programma politico: la pace immediata. Secondo Lenin infatti, il solo modo per consolidare il proprio potere in seguito alla rivoluzione del 25 ottobre 1917 (7 novembre secondo il calendario gregoriano) era la cessazione delle ostilità sui fronti esterni. Le sua simpatie fra i soldati crebbero esponenzialmente. Le trattative di pace con gli Imperi centrali, che si protrassero dal 22 dicembre 1917 alla firma definitiva del 3 marzo 1918, videro fronteggiarsi non solo vincitori e vinti, ma due opposti sistemi politici, ideologici, culturali. Se dal lato dei vincitori sedevano i rappresentanti aristocratici dell’ancien régime austro-ungarico e i nazionalisti turchi responsabili del coevo genocidio armeno, dall’altra parte il capo della delegazione russa, il Commissario del popolo agli affari esteri Lev Trockij, era accompagnato da ventotto rappresentanti delle classi sociali che avevano fatto la Rivoluzione: operai, soldati, marinai, donne e contadini. Al tavolo della pace si confrontavano due mondi completamente diversi: da una parte c’era l’aristocrazia (come nei casi austro-ungarico e tedesco) o comunque dei politici di professione (come nel caso turco), dall’altra stavano seduti quelle che potremmo definire persone comuni, prive di cariche o di titoli nobiliari. Per la Russia sovietica questi mesi di trattative furono disastrosi. Lo stato rivoluzionario perse centinai di migliaia di chilometri quadrati dei suoi territori occidentali, che andarono a vantaggio o dei vincitori o di nuovi stati nazionali posti fin da subito sotto l’egida tedesca. È il caso della neonata Ucraina, cui i tedeschi accordarono l’indipendenza in cambio di ricche forniture di cereali e minerali. A causa dello sdegno provocato da questa pace separata fra Impero centrali e Ucraina (detta «Pace del pane» e firmata il 9 febbraio 1918), Trockij abbandonò il tavolo delle trattative. Tedeschi e austroungarici reagirono inviando al fronte un milione di soldati. La loro avanzata fu prodigiosa: senza incontrare alcuna resistenza in pochi giorni fecero arretrare il fronte russo di centinaia di chilometri, arrivando il 1° marzo ad occupare Kiev. A quel punto i bolscevichi dovettero cedere, tornare a Brest-Litovsk e firmare una nuova pace senza condizioni (3 marzo). In seguito al Trattato di Brest-Litovsk ottennero l’indipendenza la Finlandia, la Polonia, l’Estonia, la Livonia, la Curlandia, la Lituania, l’Ucraina e la Bessarabia.

L’Impero ottomano rioccupò le province di Ardaham, Kars e Batumi perse nel 1878. La Russia sovietica si trovò così privata di 1,6 milioni di chilometri quadrati, nei quali viveva il 26% della sua popolazione. Ancora più drammatiche furono le perdite in termini di risorse naturali: il 32% della produzione agricola, il 23% di quella industriale, il 73% della produzione di minerali di ferro e l’89% di quella del carbone passarono sotto altre bandiere. Le condizioni di pace imposte a Brest-Litovsk sarebbero state tutt’altro che definitive. Otto mesi più tardi gli Imperi centrali avrebbero perso la guerra e cessarono di esistere, perdendo, tra gli altri, i nuovi territori rivendicati alla Russia, che la Pace di Versailles avrebbe assegnato ai nuovi stati nazionali sorti nell’Europa orientale. La sconfitta della Germania nel novembre 1918 avrebbe rimesso tutto in discussione. La Russia voleva approfittare della contingenza favorevole per recuperare i territori occidentali che le erano stati sottratti a Brest-Litovsk. Così, tra il novembre 1918 e l’inizio del gennaio successivo, l’Armata Rossa conquistò le neonate repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania, stabilendovi subito governi filo-bolscevichi. Di fronte a questa indesiderata espansione, Francia e Gran Bretagna chiesero al nuovo presidente tedesco Friedrich Ebert di non smobilitare tutte le proprie divisioni sul Baltico, utilizzandole per arginare l’avanzata russa. I tedeschi, attirati dalla promessa di nuove terre, non persero tempo e, oltre a lasciare sul campo parte dell’VIII armata, diedero vita a diverse organizzazioni paramilitari composte da volontari. Si trattava per lo più di ex soldati desiderosi di riscattare una posizione sociale che in Germania sarebbe stata segnata dalla disoccupazione. Tra i membri «illustri» di questi gruppi era presente Rudolf Höss, il futuro comandante del campo di sterminio di Auschwitz, il quale avrebbe descritto le stragi di civili cui aveva partecipato sul Baltico all’interno delle memorie, stese in attesa della condanna a morte nella Polonia del 1947. Queste bande armate, autonominatesi Freikorps («corpi franchi», riprendendo il nome assunto dai volontari tedeschi nel corso delle guerre di liberazione antinapoleoniche del 1813-15), schierarono sul Baltico decine di migliaia di uomini armati (la sola Divisione di Ferro, la più importate, era composta da 16.000 soldati). Tra il 1919 e il 1920 gli stati baltici furono attraversati in ogni direzione da queste squadre armate, il cui percorso era segnato da saccheggi e incendi nelle fattorie; da stupri e uccisioni indiscriminate nei confronti dei civili. La violenza dei Freikorps, infatti, non si rivolgeva unicamente contro l’Armata Rossa e i bolscevichi (per «liberare» la regione dai quali erano stati ufficialmente inviati), ma prendeva di mira soprattutto i non combattenti.

Tra le fine del 1919 e l’inizio dell’anno successivo i Freikorps venero richiamati in Germania, dove sarebbero divenuti tristemente famosi per gli episodi di violenza che segnarono gli anni della Repubblica di Weimar. Una parte di loro, tuttavia, non rientrò a casa, ma si organizzò in bande, continuando a terrorizzare i contadini e unendosi ai «Bianchi» nella guerra civile che li avrebbe contrapposti ai «Rossi» fino al 1922.

Tag : Guerra, Storia
Pubblicato in: Storia

Dopo la maturità classica intraprende gli studi universitari in Storia per laurearsi nel 2019 con una tesi sulle origini del fascismo nella Provincia di Venezia.

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