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La deumanizzazione dei pirati: Tra realtà  e mito

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Oggi, siamo abituati ad immaginare i pirati dell'età moderna come leggendari personaggi vestiti in modo sgargiante a bordo di navi traboccanti di bottini preziosi. Ma quanto c'è di vero in questa rappresentazione?

I pirati che terrorizzavano i porti atlantici nel Settecento erano davvero quegli eroi romantici e al tempo stesso mostruosi che tanta letteratura e cinematografia ci hanno trasmesso? In questo breve lavoro tenterò di rispondere a queste domande studiando le rappresentazioni che vennero date della pirateria atlantica nella prima metà del XVIII secolo, ovvero in quella che è stata definita la sua «epoca d’oro».

A dispetto di quanto si possa comunemente pensare, si è trattato più di una contingenza o ciclo, che di una vera e propria epoca. Riprendendo la definizione braudeliana di «lunga durata», lo storico Enzo Traverso ha definito la contingenza o ciclo un periodo esteso qualche decennio nel quale “gli eventi non figurano come semplici agitazioni superficiali […], ma possono essere messi in prospettiva e analizzati alla luce delle grandi tendenze secolari. […] Il ciclo è un lasso di tempo che mostra i legami tra gli eventi e le strutture, nel quale breve e lunga durata si toccano, e le temporalità sembrano sincronizzarsi”. L’apice dell’epoca d’oro non durò infatti che poche decine di anni. Il suo inizio viene normalmente collocato tra il 1650 ed il 1716; il suo picco nel decennio successivo alla Guerra di Successione Spagnola (1702-1713); la sua fine tra il 1726 e il 1730.

Pirati-storia

Da dove provenivano i pirati? Innanzitutto, prima di essere pirati, erano stati tutti marinai, imbarcati su mercantili o navi da guerra. Diventare pirata costituiva una fuga da quegli ambienti nei quali l’autorità del comandante assumeva i tratti di un regime totalitario, per cercare nella pirateria un mondo rovesciato nel quale vigessero l’egualitarismo, la libertà, una paga migliore. “Quando i marinai incontrarono le micidiali condizioni di vita in mare” – sostengono gli storici Peter Linebaugh e Marcus Rediker – “disponevano di un ordine sociale alternativo presente nella loro stessa memoria”. Un altro gruppo sociale che diede importanti apporti alla pirateria è quello dei cosiddetti Baymen. Letteralmente “uomini delle baie”, i Baymen erano soprattutto ex marinai che si erano riuniti in comunità autonome di boscaioli nella Baia dell’Honduras e nella Baia di Campeche, i cui prodotti erano poi venduti a commercianti europei. Governandosi autonomamente e soprattutto commerciando al di fuori del controllo dei mercati coloniali, costoro toglievano spazio ai governi e alle economie atlantiche. L’attacco condotto contro le due comunità dagli spagnoli nel 1717 riuscì sì a garantire il controllo sulle due baie, ma trasformò i Baymen in pirati, peggiorando quindi la situazione delle acque circostanti. In ogni caso, è da sottolineare che questi taglialegna erano stati in precedenza marinai: la pirateria “non costituiva un’opzione per la gente di terra”.

Ma quali erano le condizioni a bordo delle flotte mercantili inglesi o spagnole? A bordo di queste navi vigeva un regime tirannico nel quale le divisioni sociali fra comandante e marinai erano profondissime e mantenute tali con i mezzi più disumani. Le navi che issavano il Jolly Roger nacquero proprio in contrapposizione a questa realtà: esse rappresentavano in primo luogo un microcosmo che si proponeva di essere egualitario. La nave pirata può essere definita come un mondo capovolto, a patto di considerare come normalità il mondo dei vascelli ordinari. Nelle navi pirata, il comandante era eletto democraticamente da tutto l’equipaggio e ogni decisione di una certa importanza (come la rotta da seguire o le navi da attaccare) doveva essere presa di comune accordo. I proventi degli attacchi dovevano essere divisi equamente fra tutta la ciurma, in base al sistema – praticato dall’Antichità classica fino al Medioevo – secondo cui i profitti e i rischi dovevano essere divisi fra tutto l’equipaggio. Gli unici momenti nei quali il comandante tornava a prendere il controllo assoluto della nave erano i combattimenti, le fughe e gli inseguimenti, nei quali si rivelava indispensabile la presenza di un’autorità forte per la buona riuscita dell’operazione. Dichiarati hostes humani generis all’inizio del XVIII secolo, i pirati vennero accusati di essere “nemici comuni dell’umanità”. Definirli nemici non di singole nazioni o popoli, ma dell’intero genere umano, costituì un passo fondamentale nel processo di deumanizzazione operato nei confronti dei pirati da parte delle autorità civili. Per il concetto di deumanizzazione seguo la definizione data dalla sociologa Chiara Volpato, secondo cui “deumanizzazione significa negare l’umanità dell’altro – individuo o gruppo – introducendo un’asimmetria tra chi gode delle qualità prototipiche dell’umano e chi ne è considerato privo o carente” Giuristi, ecclesiastici, funzionari governativi, mercanti si erano dati un gran da fare per costruire una serie di immagini stereotipate che arrivassero a diffondere nella coscienza collettiva la necessità di annientare la pirateria in quanto tale. Infatti, “ciò che accumuna la gran parte delle espressioni storiche della deumanizzazione è il loro essere strumenti di oppressione sociale e psicologica usati da gruppi potenti per sfruttare, umiliare, annichilire gruppi più deboli”. L’immagine del pirata come essere privo di umanità che era necessario sterminare venne creata sia a partire da aspetti giuridici sia da aspetti morali. Il pirata era qualcuno che violava le leggi stabilite dagli Imperi, prima fra tutte quella posta a tutela della proprietà mercantile, infranta sistematicamente attraverso l’appropriazione o la distruzione delle merci contenute nei vascelli abbordati. Da qui ovviamente derivava un danno al commercio intercontinentale e, per esteso, ai diversi Imperi europei: era attraverso questo ragionamento che il pirata venne anche accusato del reato di alto tradimento nei confronti della propria patria. Ma era soprattutto attraverso l’uso di motivazioni morali che si distrusse il diritto dei pirati di essere uomini. Ecco quindi che quanti scrivevano sulla pirateria, fossero essi giudici, ecclesiastici, ufficiali della Compagnia delle Indie o governatori coloniali, attingevano abbondantemente dai Bestiari (contenenti animali reali e fantastici) al fine di trovare il lessico a loro avviso più appropriato per descrivere quella che era vista come la loro natura intrinseca. Come sostiene Chiara Volpato, “l’animale costituisce l’alterità necessaria all’affermazione dell’identità umana. L’uomo si definisce attraverso il suo dominio su di esso e, contemporaneamente, lo usa per giustificare la dominazione di altri esseri umani” Così i pirati “non meritano di chiamarsi uomini”; essi divengono esseri “subumani, mostri, demoni, animali”; “mostri marini che sono stati il terrore di coloro che abitano il mare”; “bestie selvagge, come il puma in agguato”. I mezzi utilizzati per deumanizzare i pirati settecenteschi ricordano quelli coevi osservati da Michel Foucault nei confronti dei malati di mente: “la follia prende in prestito il suo volto dalla maschera della bestia. […] [I folli sono] delle bestie in preda a una rabbia naturale: come se, nel suo punto estremo, la follia, liberata dalla sragione morale in cui si sono rinchiuse le sue forme più attenuate, raggiungesse con un colpo di forza la violenza immediata dell’animalità”. Esaurito il vocabolario ferino, si passò a quello proprio dei disturbi mentali. I pirati avevano la mente perturbata e sarebbero stati affetti da una qualche sindrome mentale che li rendeva per natura «rabbiosi». Essi non hanno “alcun prospetto razionale”, sono “persone irragionevoli”. Il disordine mentale generava a sua volta disordine nella condotta di vita. I pirati erano rissosi, sconvolti da libidinosi istinti primordiali, perennemente ubriachi. “Il fuoco infernale della lascivia possedeva questi criminali, scatenando in essi il desiderio di vivere assecondando le proprie perverse inclinazioni”. Se tutto ciò non bastasse, i “figli di Satana” arrivavano dal mare. L’idea di mare identificava per l’epoca uno spazio fisico difficile da affrontare e da controllare, ma che era al tempo stesso anche un ambiente metafisico. Il mare rappresentava infatti la distanza in senso assoluto, non limitata dalle normali unità di misura. Distanza fisica dalle terre e dai governi civili si traduceva per questi “poveri folli” in lontananza dal concetto stesso di umanità e da ciò che questo concetto portava con sé: chiesa, famiglia, lavoro. Il mare divenne, ricollegandosi a quei Bestiari fantastici cui si faceva precedentemente riferimento, lo spazio privilegiato per creature inclassificabili dalle normali conoscenze umane. Uno spazio non reale era il degno contenitore per esseri non umani. Sull’onda di queste teorie, si arrivò a dire che i marinai dovevano “essere contati tra coloro che non sono né vivi né morti, essendo le loro esistenze continuamente in sospeso”.

Concludendo questo breve testo mi auguro di essere riuscito a mostrare la distorsione che il complesso fenomeno sociale che è stata la pirateria moderna ha subito da parte non solo dei suoi detrattori coevi ma, raggiungendo sicuramente un più vasto pubblico, anche da quella fiorente letteratura e, più recentemente, cinematografia incentrata sull’argomento. Ecco quindi che autori come Emilio Salgari e Robert Luis Stevenson, per citare due fra i più noti, hanno fatto crescere generazioni di ragazzi fra i clamori di eroiche battaglie, sonanti bauli d’oro e personaggi dalle lunghe barbe abbigliati con vesti sgargianti. E questa visione del pirata come tipo fisso e immutabile non si è limitata all’esotismo romantico ma, come dimostra il successo globale ottenuto dalla serie cinematografica Pirati dei Caraibi, ancora domina l’immaginario planetario. Quindi, la pirateria rientra a pieno titolo nel novero degli avvenimenti storici necessitanti di un’accurata opera di decostruzione per studiare criticamente, e dove necessario confutare, tutta quella sovrastruttura retorica che nasconde il fenomeno in se stesso.

Pirati

Pirati dei Caraibi famosa saga cinematografica della Disney.

Pubblicato in: Storia

Dopo la maturità classica intraprende gli studi universitari in Storia per laurearsi nel 2019 con una tesi sulle origini del fascismo nella Provincia di Venezia.

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