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L'impresa tra tecnologia e innovazione

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Le imprese sono unità complesse che evolvono nel tempo per le strutture e le dinamiche interne. Quelle appartenenti allo stesso settore di solito condividono delle caratteristiche per l'intensità di capitale e lavoro, quindi di più facile raggruppamento e analisi. Il fattore di crescita non è un processo meccanico ma si basa su calcoli matematici direttamente proporzionali alla capacità delle aziende di re-agire adattandosi ai cambiamenti tecnologici esogeni ed endogeni.

Come avviene la crescita di un’impresa? Dipende dalle relazioni, dalla facilità nel recupero delle risorse necessarie, da un sistema giuridico efficiente, dalla tecnologia e dall’andamento al mercato finanziario come l’intermediazione delle banche o l’efficienza della borsa, quale mezzo per indirizzare risorse all’attività economica. Altro fattore fondamentale è il contesto geografico, storico e culturale. La storia dell’impresa è la disciplina che consente di comprendere e appurare e i vincoli che agiscono sulle imprese assieme alla loro evoluzione nella storia. A partire dalla prima rivoluzione industriale l’impresa è stata una delle più importanti unità di analisi per comprendere la crescita economica moderna identificata, dall’inizio del XIX secolo, come fabbrica secondo l’ideologia inglese di organizzazione della produzione poiché la Gran Bretagna impose la sua egemonia a livello mondiale durante la prima rivoluzione industriale fino alla fine del Settecento. A quel tempo “capitale” e “forza lavoro” viaggiavano di pari passo già dal periodo preindustriale nel settore minerario e della carpenteria. Nacque un processo produttivo più efficiente in grado di adattarsi a una tecnologia più avanzata. Le nuove fabbriche disposte fuori dal centro urbano, utilizzarono acqua e vapore assieme alla divisione delle mansioni: un’organizzazione d’impresa altamente produttiva e dinamica che divenne la prima unità ufficiale dei modelli industriali.

Da Adam Smith ai giorni nostri l’impresa e le sue interpretazioni sono state al centro dell’interesse di diverse discipline sia per l’economia e gli studi di management assieme alla legislatura o dei sociologi per lo studio dei sistemi culturali, o ancora lo studio del ruolo degli individui da parte di antropologi o psicologi cognitivi. La prospettiva neoclassica è una teoria storica che si basò sull’esempio di piccole-medie imprese definite price-taker, operanti in una singola fase del processo produttivo nell’industria cotoniera o distrettuale ove si lavoravano i metalli, all’interno del sistema price-oriented altamente competitivo secondo i seguenti criteri: numerose unità produttive nello stesso settore, minima integrazione funzionale, assenza di tecnologie esclusive. Joseph Schumpeter si distaccò dalla teoria neoclassica per concentrarsi sul ruolo innovativo guidato dalla figura dell’imprenditore, il più potente agente del cambiamento e della crescita. Le imprese in questione crebbero progressivamente sfruttando le loro capacità, innovando e consolidando il ruolo competitivo nel mercato.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dopo la seconda guerra mondiale, grazie alle leadership americane e all’impresa verticalmente integrata multi divisionale, multinazionale accanto a una guida manageriale, per la prima volta nella storia si stabilì una stretta relazione fra il livello microeconomico e macroeconomico, ovvero la ricchezza della nazione. Un’attenzione crescente venne dedicata alla tecnologia considerata da un lato una forza esogena collegata a meccanismi interni locali, dall’altra una messa a frutto dell’università o di istituzioni governative. L’idea di impresa moderna si basa su un insieme di competenze e vantaggi competitivi distaccati dall’idea neoclassica. Marris gettò le basi sul dibattito relazionale tra “principale” e “agente” secondo la teoria del capitalismo manageriale dove prevalse la figura del manager come dirigente aziendale spesso in contrasto con l’azionista, figura poco predisposta a strategie rischiose. Il risultato è una sorta di contrattazione tra le due figure, panoramica rispecchiante le imprese statunitensi degli anni Sessanta e Settanta. Al tempo Jensen e Meckling espressero appunto questa conflittualità tra l’azionista - colui che detiene la maggioranza del capitale dell’impresa, definito principal - e il manager - detto agent che detiene una frazione minima del capitale - considerando l’impresa come una “finzione legale” per definire le relazioni contrattuali in cui sono necessari strumenti legali per stabilire la giusta distribuzione degli utili. Questa idea venne successivamente ripresa per spiegare la teoria dei costi di transazione.

Con la terza rivoluzione industriale la situazione cambiò grazie all’introduzione dell’elettronica e delle telecomunicazioni che migliorarono l’organizzazione e il processo produttivo aziendale. Secondo Langlois l’espansione dei mercati dovuta al processo di globalizzazione ha innescato negli ultimi vent’anni una spinta sulla specializzazione delle unità produttive guidate da figure manageriali a favore del rafforzamento dei meccanismi di mercato. Si definisce imprenditore il mediatore che acquista beni a un prezzo dato per poi rivenderli a un prezzo ancora non determinato. Cantillon riconosce in lui il vero motore dell’economia anche se la sua definizione abbraccia un significato troppo ampio in quanto visto come un individuo abile nel padroneggiare e risolvere le incertezze. Marshall distingue il ruolo dell’imprenditore come quella figura dedita a prendere decisioni fondamentali, diversamente dal manager che assume una posizione di delegato. L’imprenditorialità è vista quindi come un fenomeno elusivo, difficile da formalizzare e dalle diverse sfaccettature: l’eroe, secondo Schumpeter, che si ricollega alla filosofia di Nietzsche - massimo grado di influenza nel primo decennio del XX secolo - differenziando coloro che sono più innovativi rispetto alle convinzioni morali del tempo e che scelgono un percorso non razionale da quelli che si adattano ad esse. L’imprenditore, mosso da un’energia senza limiti, è colui che aspira alla scalata sociale e all’atto della creazione per mezzo dell’innovazione tecnologica.

Non tutti sono capaci. Non tutti producono crescita.

Dalla loro analisi più essere fondamentale trarre qualche lezione per il presente e il futuro.

C’è un vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti.

Henry Ford

Appassionata di storia dell'arte si laurea nel 2015 conseguendo gli studi magistrali e realizzando successivamente allestimenti e presentazioni pubbliche per artisti contemporanei come curatore d'arte. In seguito agli studi artistici si specializza nella tecnica del disegno realizzando ritratti e caricature tipiche di una città goliardica qual è oggi Padova. Assieme a un team di creativi gestisce il sito web nel ruolo di content manager e graphic designer.

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