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Il potere della scrittura nell'arte islamica

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Dio è bellezza e nella bellezza cerchiamo Dio.

L'islam, in arabo “atto di sottomissione all'unico dio Allah” si basa sui dettami religiosi instaurati da Maometto (570 ca. - 632) che secondo la tradizione, ispirato dall'arcangelo Gabriele iniziò la sua predicazione in Arabia dopo il 610, dogmi raccolti poi nel Corano.

Secondo il profeta, l’islam non è una nuova religione ma l’unico eterno messaggio divino. Il Corano, libro custode delle rivelazioni di Dio a Maometto è alla base della cultura islamica. Un testo in lingua araba custodito e protetto da pericolose contaminazioni e tradotto, di recente, in altre lingue. Parole e scrittura si fondono nei diversi caratteri che possiedono connotazioni di tipo religioso e cerimoniale, un ponte tra l’uomo e Dio. Si cita la scrittura cufica, la prima e più importante di quelle esistite dal tipico carattere geometrico e dalla quale emersero successivamente nuovi stili calligrafici più tondeggianti. Le differenze stilistiche sono il risultato delle diverse tradizioni culturali nell’impero islamico e la complessità di forma e contenuti assicurarono agli scribi elevato prestigio sociale con il divieto di rappresentare la figura umana - in ossequio alla condanna dell’idolatria - impedendo l’evoluzione delle arti figurative. Punto di forza fu l’impegno nella realizzazioni di schemi decorativi destinati a oggetti ed edifici; un’arte per eccellenza anche se l’idea di scrivere su un edificio non fu cosa interpretata già dal mondo romano. Cambia la destinazione; non più scritture commemorative ma tasselli di mosaici ornanti moschee rivelano ora testi sacri riprodotti con un virtuosismo straordinario. L’uso decorativo della parola religiosa custodita nel Corano fu una scelta sociale che impose al credente di saper leggere e rispettare gli atti di quotidiani (ibadat) e la preghiera (salat).

La calligrafia resta uno dei principali punti di unificazione tra musulmani e le sue tracce ripercorrono la storia dell’arte islamica. I versi coranici, le preghiere e gli hadith sono le fonti raccontate dalle immagini decorative in forme molteplici e dalle diverse calligrafie contenenti messaggi religiosi. Quando si parla di arte islamica non ci si può riferire al linguaggio di un paese o un popolo specifico, ma a un’arte che ha come risultato un interscambio fra tradizioni culturali che viaggia dalla Cina alla Spagna, unificati dal credo religioso. Nei territori conquistati, i musulmani introdussero la loro religione assieme alla lingua ma sprovvisti di strumenti tali da poter competere nel campo artistico e furono senz’altro profondamente influenzati dal mondo bizantino, greco e persiano. Appropriandosi dei registri stilistici, li rielaborarono creano un linguaggio personale. La genesi dell’arte islamica coincide con la dinastia degli Omayyedi (661-750 e col trasferimento della capitale da Medina a Damasco sviluppandosi con la dinastia degli Abbasidi (750-1000) con il nuovo centro a Baghdad. Nei primi tre secoli tale linguaggio seguì metodi di confronto secondo due strade parallele con da un lato le tradizioni elleniche, bizantine e persiane tra adattamento o abbandono, dall’altro integrazione e rafforzamento tecnico-formali di ideologie politiche, sociali e religiose del tutto nuove. La moschea è considerato l’edificio sacro per eccellenza che a differenza di altre culture come quella cristiana o pagana, resta un luogo di preghiera per i fedeli. Un’architettura dalla natura semplice sia dal punto di vista gerarchico (non esistono sacerdoti ma solo maestri) che spaziale con all’interno ampi spazi liberi e una nicchia (mihrab) che mette in risalto la parete detta qibla in direzione della Mecca e verso la quale i fedeli si inginocchiano durante l’atto di preghiera. Un sito ove dirompe la bellezza dei mosaici vitrei oltre ad altre contaminazioni come le colonne classiche, intarsi marmorei e volute d’acanto nell’affermazione della potenza del califfato. In questo lento processo di maturazione ogni modello adattato al credo religioso escluse ogni forma naturale quanto l’inutilità di riprodurre immagini, definito concretamente a partire dal IX secolo.

Il ruolo primario della calligrafia dipese dal fatto che essa sia stata strettamente connessa alla rivelazione canonica, l’unica testimonianza della rivelazione divina: rivelazione che è definita dal Corano stesso secondo una scrittura ben proporzionata, bella e insuperabile, custodita presso Dio su “fogli immacolati”. Tuttavia nel Corano non esistono tracce che condannino tale scelta a differenza di coloro che scelgano di adorare idoli e le loro rappresentazioni. Questo sentimento di assoluto anaconismo si sviluppò solo alla fine del IX secolo durante la dinastia degli Abbasidi ove si diffuse l’idea che l’artista, intento a creare una immagine viva, volesse competere con Dio: una posizione sociale che portò inevitabilmente allo sviluppo della scrittura come unica forma artistica tanto che l’artista musulmano divenne un grafomane affascinato dal mondo calligrafico. La scrittura ebbe quindi la duplice funzione primaria e ornamentale destinata a decorare secondo iscrizioni, semplici e lineari fino a quelle più elaborate, membrature architettoniche quanto oggetti liturgici e di uso quotidiano. Un’ottica sempre più propensa a una decorazione astratta raffinata e complessa sfociando nell’arabesco dai tratti floreali quanto nel geometrico dalla razionalità matematica.

Scopo dell’ornamentazione islamica resta il donare piacere visivo attraverso la contemplazione della bellezza.

https://www.needfile.it/home/215-il-sacro-corano-interpretato.html

Pubblicato in: Arte

Appassionata di storia dell'arte si laurea nel 2015 conseguendo gli studi magistrali e realizzando successivamente allestimenti e presentazioni pubbliche per artisti contemporanei come curatore d'arte. In seguito agli studi artistici si specializza nella tecnica del disegno realizzando ritratti e caricature tipiche di una città goliardica qual è oggi Padova. Assieme a un team di creativi gestisce il sito web nel ruolo di content manager e graphic designer.

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