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Il colore della pelle genesi e evoluzione

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Perchè siamo fisicamente così diversi e quali fattori determinano il colore della nostra pelle?

Le risposte risiedono in quei mutamenti ambientali che ne hanno modificato la costruzione genetica; dai movimenti migratori indotti dai cambiamenti climatici quanto le diete alimentari in conseguenza al controllo del fuoco, al consumo di carne piuttosto che vegetali, del pesce crudo, o ancora modificazioni dello spettro dei nostri parassiti inducendo a modifiche non solo nella fisicità ma anche nei comportamenti. Le ricerche scientifiche affermano in modo indiscusso che il colore della pelle sia determinato dalla longitudine definita come esposizione solare: la correlazione significativa tra la capacità riflettente della pelle e l’irradiazione di luce UV ove, in comparazione, le donne tendono comunque a essere più chiare, anche per le “capacità naturali” legate alla gravidanza e all’allattamento. La concentrazione del colore è determinata dal tipo e quantità del pigmento melanina presente nella pelle divisa a sua volta in due tipolgie: la feomelanina (pigmento dal giallo al rosso) e la eumelanina (pigmento dal marrone al nero). Si calcola che a livello genetico la colorazione sia determinata da geni che vanno da quattro a sei, ognuno dei quali portatori di variabili detti alleli che ne determinerebbero le continue modifiche pigmentali.

Alle origini si ipotizza che i nostri antenati vivendo nella foresta avessero una pelle chiara ricoperta da una scura pelliccia, come tutt’oggi le scimmie antropomorfe. Emigrando nella savana, le condizioni di insolazione alterarono il colore della pelle assieme a una perdita del pelo. Una pelle scura migliora la dispersione del calore e protegge contro i cancri cutanei causati dai raggi ultravioletti, infatti è accertato che gli individui dalla pelle chiara hanno fino a dieci volte più probabilità di svilupparli, un danno comunque non così allarmante considerato che si insinuerebbe in una età avanzata in una popolazione con una vita media. Il fattore tuttavia più importante è la necessità di preservare la vitamina B, l’acido folico, necessario per lo sviluppo del tubo neurale e per la spermatogenesi. Una immagine quella di una storia migratoria con una selezione naturale ove vinse, tra i due, l’uomo con la pelle più scura capace di impedire una distruzione eccessiva di vitamina B.

Dalla foresta alla savana, per spostarsi a nord dove incise un nuovo fattore legato alla sopravvivenza umana: la vitamina D che richiede l’irradiazione per svilupparsi, un elemento indispensabile per la produzione di calcio e perciò legata allo sviluppo scheletrico – senza la quale si incorrerebbe al rachitismo -. A ogni latitudine quindi corrispose una pigmentazione ideale che equilibrò lo scambio tra protezione e assorbimento cutaneo della luce. Dopo la migrazione dai tropici, si evolsero livelli di pigmentazione tali da poter consentire la sintesi della vitamina D dagli UV. Si spiega come il colore della pelle umana sia così fortemente adattivo oltre che labile confermando come un albero genealogico ad esempio, non potrebbe essere ricostruito tenendo conto di questo parametro.

Mai sentito parlare del “pool genetico”?

Non è altro che il nostro tempo evolutivo. Si può ritenere che, riprendendo l’esempio dell’adattamento da foresta a savana, tale cambiamento sia avvenuto nell’arco di circa un migliaio di anni aumentandone nello specifico caso la produzione di eumelanina e successivamente, spostandosi a nord una sua riduzione per poter sufficientemente sintetizzare la vitamina D. E cosa dire dell’abbronzatura? E’ il meccanismo fisiologico di adattamento al livello di insolazione. Si tratta di una risposta fisiologica che dura tanto quanto l’esposizione al sole per scomparire nel giro di poche settimane dal momento in cui si interrompe l’esposizione UV.

Quali sono i sistemi genetici responsabili di questa evoluzione?

La scienza cita in particolare il gene MC1R – la cui sigla sta per recettore della melanocortina – controlla la sintesi di una proteina che si trova sulla superficie dei melanociti – le cellule che producono la melanina – e che lega la melanocortina, ormone della ghiandola pituitaria, inviando un segnale all’interno della cellula inducendone la produzione e di melanina. Il gene - con una sequenza pari a un migliaio di nucleotidi) studiato sugli scimpanzé ha consentito di datare a circa 5 milioni di anni il momento in cui gli uomini e scimmie condivisero il medesimo gene assieme a una carnagione chiara. A 1,2 milioni di anni corrisponderebbe invece il progressivo scuri mento e la perdita del pelo. Ricerche recenti hanno potuto datare con parametri certi il momento in cui si è intensificata la produzione della melanina: l’attimo in cui l’uomo ha abbandonato la foresta. Ma esistono altri parametri di confronto? La risposta è nell’uso dei vestiti. Grazie alla presenza dei pidocchi e la deposizione delle loro uova all’interno delle salme, secondo gli archeologi l’uomo sarebbe rimasto nudo e senza pelo per quasi un milione di anni cominciando a indossare vestiti solo al momento di migrare dall’Africa verso i paesi più freddi.

Come nel caso del colore della pelle, le caratteristiche corporee – statura e forma di occhi, naso, capelli - si sarebbero sviluppate nell’arco di poche decine di migliaia di anni a conclusione che le caratteristiche ambientali avrebbero avuto un primario impatto nella sua mutazione; si pensi appunto a un animale con temperatura controllata interna, un omeotermo appunto riuscirebbe a sopravvivere solo stabilizzando una temperatura pari a 37 gradi adattandosi velocemente a un habitat estraneo. L’osservazione di specie animali simili in condizioni climatiche diverse ha confermato l’ipotesi che le dimensioni corporee complessive aumenterebbero all’aumento della latitudine. Stesso l’uomo che nella sua emigrazione ha sviluppato meccanismi non solo fisici ma anche culturali come la costruzione di ripari, armi di difesa e caccia, vestiti di pelli di animali o ancora l’uso del fuoco. E’ necessario saper distinguere l’adattamento fisiologico dal genetico in quanto ciascun organismo ha nella sua costituzione genetica una capacità talvolta notevole di adattamento grazie allo sviluppo delle sue caratteristiche corporee che devono essere però scisse da quelle genetiche in quanto quell’organismo “fisiologicamente adattato” – a vivere ad elevate altitudini ad esempio – non modificherà affatto le sue caratteristiche genetiche non trasmettendole quindi alle successive generazioni che dovranno sviluppare nuovamente tali capacità. Una posizione disputata per secoli e che chiarisce l’ereditarietà dei caratteri acquisiti.

Pubblicato in: Sociologia

Appassionata di storia dell'arte si laurea nel 2015 conseguendo gli studi magistrali e realizzando successivamente allestimenti e presentazioni pubbliche per artisti contemporanei come curatore d'arte. In seguito agli studi artistici si specializza nella tecnica del disegno realizzando ritratti e caricature tipiche di una città goliardica qual è oggi Padova. Assieme a un team di creativi gestisce il sito web nel ruolo di editor e graphic designer.

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