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Giovanni Falcone e il pool antimafia

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Falcone personaggio discusso, diffidente e schivo, tenace e combattivo. Sempre in prima linea ma infondo un uomo normale e con la voglia di lottare per il diritto alla libertà.

Nato a Palermo il 18 maggio 1939, figlio di un chimico provinciale, frequenta il liceo classico Umberto e per un breve periodo l’Accademia navale di Livorno. Tornato in città sceglie la Facoltà di Giurisprudenza laureandosi nel 1961. Nel 1964 diviene pretore a Lentini per poi trasferirsi a Trapani come procuratore. Da qui nasce la passione per il settore penale come da lui sostenuto:

“Era la valutazione dei fatti che mi affascinava”.

Scomparso il giudice Cesare Terranova il 25 dicembre del ’79, Falcone comincia a lavorare a Palermo presso l’Ufficio istruzione dove dal maggio dell’80 si occupa delle indagini contro Rosario Spatola e la criminalità organizzata statunitense, e che vedrà assassinato il procuratore Gaetano Costa in un momento cruciale di cattura. A fronte di questa difficile battaglia, Falcone inizia a comprendere che la giusta modalità sarebbe stata quella di avviare indagini patrimoniali e bancarie, anche oltre oceano, oltre a ricostruirne una panoramica d’insieme che avrebbe aiutato a coprire molte lacune.

Il 29 luglio 1983, il consigliere Chinnici a capo del gruppo di magistrati tra cui Falcone, Barrile e Borsellino, viene ucciso assieme alla sua scorta in via Pipitone. Verrà sostituito da Antonino Caponnetto che riprenderà le indagini assicurando agli inquirenti condizioni più favorevoli. Da questo momento verrà istituito il “pool antimafia” sul modello delle equipes attive nei dieci anni precedenti sul fronte del terrorismo politico. Oltre a Falcone, seguiranno i giudici Di Lello, Guarnotta e Borsellino.

L’interrogatorio svoltosi a Roma nel luglio 1984, e alla presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e Gianni Gennaro – nucleo Criminalpol – dal “pentito” Tommaso Buscetta risulterà essere una svolta per la scoperta di nuovi interpreti mafiosi dell’organizzazione “Cosa nostra”. Nell’estate 1985 verranno uccisi due funzionari di polizia e stretti collaboratori di Falcone, Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, con il successivo trasferimento dei due magistrati assieme alle famiglie presso il carcere dell’Asinara.

Il primo maxiprocesso “Cosa nostra” prende avvio il 16 dicembre 1987 presso la Corte di Assise a Palermo presieduto da Alfonso Giordano, dopo un periodo di ventidue mesi di udienze e trentasei giorni di riunioni in camera di consiglio poiché l’ordinanza di rinvio a giudizio era stata depositata due anni prima per i 475 imputati. La confessione del “pentito” Antonino Calderone che determinerà tutta una serie di arresti del “blitz delle Madonie”, causerà in seguito il ritiro del magistrato Imerese che si dichiarerà incompetente, trasmettendone gli atti all’Ufficio di Palermo. La Cassazione sosterrà in merito alle organizzazioni criminose un’ampia sfera decisionale operanti in ambiti territoriali diversi e con diversificazione soggettiva. Una decisione che sancisce l’interruzione delle indagini palermitane.

Il 30 luglio Falcone richiede il trasferimento in un altro ufficio e nello stesso autunno Meli, in contrasto con i giudici del pool rivolge le sue accuse su Falcone per avere favorito il cavaliere Catania Carmelo Costanzo, sciogliendo l’organizzazione con la censura di Borsellino, e le dimissioni di protesta da parte dei giudici Di Lello e Conte.

"La protervia del consigliere istruttore Meli l'intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a Falcone di continuare a lavorare con impegno".

Borsellino Sempre nello stesso anno, Falcone in collaborazione con Giuliani procuratore del distretto di New York scoverà le famiglie dei Gambino e Inzerillo coinvolte nel traffico di eroina. Il 20 giugno 1989 con il fallito e oscuro attentato dell’Addaura al Mondello, le parole di Falcone:

"Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi".

In seguito, la nomina a procuratore di Falcone presso la procura della Repubblica di Palermo e coordinante un’inchiesta nel ’90 con l’arresto di 14 trafficanti colombiani e siciliani grazie alle precedenti dichiarazioni del “pentito” Joe Cuffaro” di 596 chili di cocaina al largo delle coste di Castellammare del Golfo avvenuto due anni prima. Nel 1990 le elezioni dei membri togati del consiglio superiore della magistratura, con esito negativo, vedranno Falcone candidato alle liste “Movimento per la giustizia” e “Proposta 88”. E mentre aumentano i dissensi nella gestione della burocrazia, sia etica che conduttiva, Falcone accoglie la richiesta del vice-presidente del Consiglio dei ministri Claudio Martelli, di dirigere gli affari penali del ministero con l’onere di coordinare pratiche legate a riforme legislative e alle collaborazioni internazionali inaugurando un periodo intenso di azioni efficaci contro la criminalità. Necessario un migliore coordinamento tra le procure su suolo italiano. Istituita nel novembre 1991 la Direzione nazionale antimafia.

"Io Credo - egli chiarì in tale circostanza, secondo un resoconto della seduta pubblicato dal settimanale "L'Espresso" (7 giugno 1992) - che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di supporto e di sostegno per l'attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia". La candidatura di Falcone a questi compiti verrà ostacolata, il cui plenum non aveva ancora assunto una decisione definitiva, prima della sua tragica scomparsa.

Falcone muore assieme alla moglie Francesca Morvello e tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani in un'esplosione stradale premeditata, carica di cinquecento chili di tritolo. Erano le ore 17.56 del 23 maggio 1992. Ne fece seguito Paolo Borsellino due mesi dopo, ucciso da un'autobomba segnando uno dei periodi più cupi della storia della nostra Repubblica.

Pubblicato in: Storia

Appassionata di storia dell'arte si laurea nel 2015 conseguendo gli studi magistrali e realizzando successivamente allestimenti e presentazioni pubbliche per artisti contemporanei come curatore d'arte. In seguito agli studi artistici si specializza nella tecnica del disegno realizzando ritratti e caricature tipiche di una città goliardica qual è oggi Padova. Assieme a un team di creativi gestisce il sito web nel ruolo di content manager e graphic designer.

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