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Comunicare ai tempi dei social

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1. Cosa significa comunicare

Il termine “comunicare” (dal latino communis-actio, mettere in comune un’azione) significa in primo luogo comprendere ciò che l’interlocutore ci proferisce (dal latino pro-ferre, mostrare, offrire). In secondo luogo, significa mettere in comune con l’ascoltatore i propri pensieri tramite l’azione della parola. È un agire biunivoco. Ci sono l’io e l’altro o l’io e gli altri. Diverse aree cerebrali si attivano contemporaneamente e/o sequenzialmente in questo frangente, ad esempio, l’area di Broca, deputata alla produzione del linguaggio parlato e situata nella regione del lobo frontale sinistro, e l’area di Wernicke, deputata alla comprensione del linguaggio ascoltato e situata nel lobo temporale della corteccia.

Ma tralasciando gli aspetti più neurobiologici del nostro cervello, che ci evidenziano quanto le aree di produzione linguistica scritta e parlata siano diverse, così come quelle deputate alla comprensione del linguaggio ascoltato e scritto, quando si parla di “comunicare” tendenzialmente si parla anche di “arte retorica” che, trattata in maniera approfondita prima da Aristotele (nel trattato Retorica), poi da Cicerone (nel De oratore) e infine da Quintiliano (nell’Istitutio Oratoria), rappresenta quella capacità individuale di saper parlare bene. Ma, caro lettore, cosa significa “parlare bene”?

Se il detto “la parola uccide più della spada” viene spesso utilizzato per indicare che la potenza della parola arriva fino a “ferire” gravemente, molte volte ad “uccidere” moralmente e spiritualmente la persona con cui si parla, allora “parlare bene” significa tener conto dell’Eticità del linguaggio. Infatti, se l’agire umano ha un suo significato etico, ovvero può connotarsi come giusto o sbagliato, come bene o male in base alle norme socioculturali e religiose della comunità di appartenenza, anche il dire lo ha. Per questo, è opportuno tener conto della propria responsabilità nell’agire, così come nel comunicare, cercando di spendere un certo patrimonio energetico ed emotivo verso il proprio interlocutore. Questo evidenzia quanto sia complesso e faticoso comunicare, perché, da una parte, essere “presenti” non è scontato, è un impegno psicologico e morale, perché, dall’altra, l’attenzione, intesa come la focalizzazione delle nostre risorse cognitive ed emotive verso l’altro, (utile a favorire l’empatia cognitiva , ma non quella emotiva), inevitabilmente stanca e perché, infine, comunicare significa prima di tutto pensare a cosa dire e a come dirlo, con la consapevolezza delle sue implicazioni su di sé e sugli altri. Rispetto a quest’ultimo punto, è necessario sottolineare ciò che diverse ricerche nel campo della psicologia cognitiva (ad esempio Fiske & Taylor, 1991) hanno dimostrato: le persone hanno limitate capacità di elaborazione delle informazioni. Ciò implica due conseguenze. La prima è la necessità di selezionare le informazioni in ingresso, cercando di attuare processi di sintesi che permettano di riassumere il maggior numero di dati possibili con il minimo sforzo. Questo è possibile ad esempio attraverso la categorizzazione, intesa come quel meccanismo cognitivo che porta ad inserire vari elementi simili in una stessa categoria. Grazie a questo processo, è possibile trattare tali fattori in modo tendenzialmente analogo, facendo riferimento alle conoscenze generali già possedute sulla categoria. Ad esempio, incontrare un ragazzo con i capelli “sparati” dal gel, con gli anfibi, con una maglietta degli ACDC, con un piercing al naso e con le unghie dipinte di nero sarà con maggior probabilità categorizzabile come un “metallaro” e si tenderà ad inferire con rapidità altre sue possibili caratteristiche personali (è una persona pericolosa, poco affidabile e strana) prima ancora di avere a disposizione determinate ed oggettive informazioni su di lui. Questo influisce sull’impressione che ogni persona si crea sull’altro e sul modo in cui ci si comporta e ci si esprime di fronte all’altro. La seconda è la necessità di attuare ragionamenti di tipo euristico. Con il termine “euristiche” si intendono le scorciatoie di pensiero che si utilizzano per formulare giudizi sulla base di informazioni limitate. Diversi studi all’interno della psicologia sociale (ad esempio Simon, 1997, Tversky & Kahneman, 1974) hanno evidenziato quanto il ricorso a ragionamenti di tipo euristico offra indubbi vantaggi, ma anche quanto porti con sé alcuni errori di giudizio e un’inadeguata comunicazione.

1.2 La comunicazione tecnologica, la perdita dell’eticità del linguaggio e la personalità umana duplice

È indubbio, l’innovazione tecnologica ci ha cambiato la vita. Ha reso tutto più veloce, più semplice e ci ha garantito risultati inimmaginabili. Tuttavia, l’avvento del World Wide Web negli anni 90’, con la comparsa di MSN Messenger (1999), primo strumento di messaggistica istantanea e con la nascita di Facebook (2004), di Youtube (2005), di Twitter (2006), di Whatsapp (2009) e di Instagram (2010), per citare i più famosi, ha messo in crisi l’eticità del linguaggio. Infatti, al giorno d’oggi, la possibilità di comunicare dietro uno schermo ha rappresentato quasi un “via libera” per parlare senza pensare. Si sono tendenzialmente rinnegate le leggi morali che un tempo regolavano le relazioni umane (ad esempio, il rispettare l’altro, l’ascoltare, il pensare e poi il parlare). Questo conferma quanto Kant, nella Critica della ragion pratica (1788), nell’affrontare il tema della volontà e dell’azione morale, diceva sugli imperativi categorici: le leggi naturali sono diverse da quelle morali. Le prime non possono non attuarsi, le seconde possono non verificarsi, perché dipendono dalla volontà umana di rispettarle. Fichte è ancor più critico e severo contro coloro che agiscono senza raziocinio, che parlano a sproposito e che fanno del male senza ripensamenti, perché hanno deciso consapevolmente una filosofia di vita improntata alle apparenze, alla critica e al materiale. Per questo scrive nella Dottrina della Scienza (1794):

la scelta di una filosofia dipende da quel che si è come uomo, perché un sistema filosofico non è un’inerte suppellettile, che si può lasciare o prendere per piacere, ma è animato dallo spirito [che] l’uomo [possiede]. Un carattere fiacco di natura o infiacchito e piegato dalle frivolezze, dal lusso raffinato e dalla servitù spirituale [il seguire gli altri] non potrà mai elevarsi all’idealismo.

Pertanto, questo tipo di persona, giovane o meno che sia, che considera il social come strumento per comunicare senza filtri, per parlare male degli altri, per postare foto che violano la privacy dell’altro, rappresenta un peso per la società. Diverso è il pensiero di Socrate, il quale è più accondiscende. Infatti, lo studioso, nel credere che l’uomo ricerchi per sua natura sempre il proprio bene, sostiene che quando l’uomo fa il male, non lo fa per fare del male e basta, ma lo fa perché si aspetta di ricavare un qualche bene personale. Tuttavia, l’uomo si inganna nell’aspettarsi un bene dal male, fa un errore di calcolo e si mostra agli altri come vittima di “ignoranza”. “Ignoranza” è forse uno dei minimi comuni denominatori tra le diverse persone che decidono consapevolmente (perché è un dato di fatto: si sceglie di scrivere e di inviare i propri messaggi intenzionalmente) di utilizzare i social media per comunicare senza etica e senza cognizione di causa. La realtà virtuale, i social network e il giornalismo danno una prospettiva prevalentemente distorta di cosa accade e di chi sono le persone. Questo dovrebbe incentivare le persone ad informarsi approfonditamente prima di esprimere un proprio giudizio. Tuttavia, come la psicologia cognitiva ha evidenziato, si tende a ragionare in maniera superficiale, secondo categorizzazioni o euristiche. “Identità nascosta” è probabilmente il secondo minimo comune denominatore. I nickname, i nomignoli o i soprannomi rappresentano tendenzialmente l’opportunità di dar voce ad una propria parte di identità maligna, egoistica, presuntuosa e invidiosa. È un’identità che difficilmente può convivere con la quotidianità lavorativa e familiare, ma che ha bisogno di esprimersi in qualche modo come una pulsione incontrollabile. È un’identità “usa e getta” situata in quello specifico momento e circostanza, fluida, mutevole e piena di contraddizioni. A tal proposito, mi viene in mente Dr. Jekill e Mr Hyde di Robert Louise Stevenson (1886), dove si mette in risalto il tema della duplice personalità umana (il Bene e il Male): Dr. Jekill, rispettabile medico inglese e Mr Hyde incivile e pericoloso scienziato. Stessa persona, ma caratteristiche psicologiche, fisiche e morali differenti. Fa un po’ paura pensare che ci sia quella parte più o meno grande di sé corrotta, malvagia, irrispettosa, invidiosa. Tuttavia, la realtà virtuale può esacerbare questa caratteristica umana, può contribuire ad eliminare quel filo sottile di equilibrio tra Luce e Buio, tra Bene e Male, facendo perdere alle persone la parsimonia necessaria nel modo di comportarsi e di comunicare. Il terzo minimo comune denominatore è il desiderio di esser accettati. Questo desiderio primordiale è presente fin da bambini e attiva una sana spinta verso il miglioramento di sé e verso lo sviluppo di curiosità, di capacità e di abilità. Tuttavia, è cruciale che questo desiderio di essere apprezzati, di esser riconosciuti importanti per proprie qualità non si trasformi in un bisogno assoluto e imperioso di essere accettati dagli altri. Come lo psicologo cognitivo Albert Ellis afferma, molte persone credono che per esser felici si debba esser approvati e accettati da tutti. È inevitabile, questo non è possibile. Ognuno è diverso. Cercare la felicità attraverso l’altro è un modo nascosto per compensare un amore mancato nei confronti di sé stessi. Tutt’al più decidere di modificare il proprio comportamento e il proprio modo di essere in base alle persone che si ha di fronte, favorendo la costruzione di un’impressione positiva, ma fallace di sé, con l’intenzione di porsi come una sorta di specchio, dove i propri interlocutori possano vedere superficialmente solo aspetti positivi, è sbagliato, perché questo modo di agire e di relazionarsi favorisce l’approvazione esterna, ma conduce ad un’alienazione da sé stessi, perché si soffoca la propria identità a favore della necessità di essere amati dagli altri.

   

1.3 Alcuni esempi di crisi dell’eticità del linguaggio

Se si dovesse evidenziare una dimostrazione concreta della crisi dell’eticità del linguaggio, si dovrebbe considerare un fenomeno molto frequente che considera un uso immorale della comunicazione via social e che evidenzia il lato buio dell’innovazione tecnologica: il cyberbullismo. Un’indagine Istat del 20185 ha rilevato in un campione di ragazzi tra gli 11 e i 17 anni che bullismo e cyberbullismo tendenzialmente sono collegati. Più del 50% degli intervistati ha riferito di essere rimasto vittima nei 12 mesi precedenti l’intervista di un qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento. Inoltre, il 22,2% di coloro che hanno riferito di subire bullismo a scuola, dichiara di esser stato sottoposto alla stessa forma di violenza psicologica tramite i social network, complice anche il fatto che l’85,8% dei ragazzi tra 11 e 17 anni di età utilizza quotidianamente il cellulare. Un altro fenomeno molto frequente è quello delle fake news (o informazioni intenzionalmente fasulle). “L’Osservatorio sulla disinformazione online” pubblicato dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni evidenzia che la tendenza a “falsificare” le informazioni e a presentare scenari completamente distorti della realtà per creare disinformazione e confusione mediatica è molto frequente. In particolare, si è rilevato nel campo della cronaca e della politica un tasso di falsi contenuti pari al 57%. Il dato più allarmante, che deriva dal rapporto “Infosfera” (2018, p. 27), è quello che mostra che il 78,29% degli italiani non è in grado di riconoscere una bufala sul web. Fortunatamente, l’agire contro le fake news ben si sposa con l’obiettivo n. 16 dell’Agenda 2030, secondo cui si deve promuovere le istituzioni efficaci, responsabili e trasparenti, i processi decisionali democratici, partecipativi, aperti a tutti e tutte, e la protezione delle libertà fondamentali. Pertanto, è moralmente doveroso lavorare per una maggiore sensibilizzazione sul tema, perché comunicare non è semplice e non è privo di responsabilità. Oggi più che mai bisogna riacquistare quel senso civico perso nel corso delle generazioni e quel buon senso che dovrebbe stare alla base di ogni azione e di ogni parola. Infatti, più si continua a perdere di vista le conseguenze che le proprie azioni e le proprie parole posso avere nei confronti del mondo e degli altri, più si continua a vivere inevitabilmente in maniera irresponsabile ed egoistica. Ne sono un esempio il cyberbullismo e le fake news.

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Pubblicato in: Attualità

Dopo essersi laureato in Psicologia a Padova (2018), ha intrapreso la magistrale in Psicologia sociale, del lavoro e della comunicazione. Appassionato di libri gialli e di sport, attento ai cambiamenti del mondo, dalla politica all’immigrazione, dall’ambiente alla tecnologia tratta, attraverso la scrittura, l'evoluzione in particolare del mondo del lavoro in chiave etica e psicologica.

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