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1938. Storia, racconto, memoria

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Nello specifico, quella affrontata dal volume è la memoria delle leggi razziali italiane nell’ottantesimo anniversario della loro promulgazione. Come è noto, il 1938 è infatti l’anno in cui il regime mussoliniano promulgò quel corpus di leggi, precedute dal Manifesto della razza, opera di pretesa scientificità composta e sottoscritta da eminenti intellettuali, scienziati e politici dell’epoca. Ha avuto così avvio la persecuzione, dapprima economica, poi sociale e culturale, in un crescendo che arrivò all’eliminazione fisica degli ebrei. La memoria di persecuzioni, deportazioni e morti viene qui affrontata attraverso tredici racconti di fiction, che permettono di trasmettere la vita quotidiana degli ebrei sotto il fascismo. Ma quella qui raccolta non è una semplice memoria del passato, unicamente finalizzata a ricordare un anniversario storico; si tratta invece di una memoria che sa attualizzarsi, facendosi strumento attivo per comprendere il presente. Infatti, le persecuzioni razziali non vengono raccontate unicamente attraverso narrazioni ambientate tra il 1938 e il 1945, ma anche, ad esempio, affrontando un tema di scottante attualità come l’immigrazione (è il caso del racconto La chat di Igiaba Scego). Questa scelta prova una volta di più come la memoria non sia qualcosa di morto e sepolto nell’interiorità delle persone, ma debba essere al contrario una presenza viva nella nostra quotidianità, in grado di fornirci una chiave di lettura critica per pensare il presente. Il «punto critico» da cui 1938 prende le mosse, oltre al già citato ottantesimo anniversario delle leggi razziali, è il venir meno di quello che la storica Annette Wieviorka ha definito “l’era del testimone”, e il conseguente ingresso in quella che la filologa Marianne Hirsch ha battezzato “la generazione della postmemoria”. Stando così le cose – afferma Simon Levis Sullam – “la trasmissibilità dell’esperienza della Shoah […] avverrà attraverso il racconto”. Tra gli intenti degli autori e delle autrici c’è anche la volontà di raccogliere la sfida lanciata dal filosofo della storia Hayden White dalle pagine del suo Metahistory (1973), con il quale affermava “che la storia è una forma di letteratura che si serve di diversi tipi di trame – ad esempio ironica, comica, tragica – per interpretare e raccontare il passato”.

1938 è anche una sfida: “far raccontare la storia […] attraverso le storie”. Scegliere di affrontare, nel caso di molti autori, da storici e specialisti accademici della materia, un tema denso come l’Olocausto attraverso la finzione del racconto costituisce senza dubbio una scelta originale e che per alcuni verrà indubbiamente ritenuta controversa. Ritengo personalmente che il racconto offra più possibilità della storiografia di trasmettere uno dei grandi temi dell’Olocausto, ossia quella che lo stesso Levis Sullam definisce in ultima istanza “l’assenza di senso, di motivazioni e spiegazioni razionali” che nessuna opera sulla Shoah è ancora riuscita a sciogliere, proprio perché, forse, ne costituisce una parte ineliminabile. La modalità del racconto permette inoltre di evidenziare i sentimenti quotidiani di quanti hanno vissuto da protagonisti quelle vicende. In particolare, nel caso dei racconti scritti in prima persona (come Storia delle mie ossa di Viola Di Grado o L’esame di Giulia Albanese, che alla prima persona aggiunge la forma diaristica), appare come protagonista indiscussa l’angoscia, quell’angoscia provocata dalla “precarietà esistenziale” che dall’autunno 1938 avrebbe accompagnato la quotidianità di migliaia di famiglie. Dal libro emerge anche come le persecuzioni abbiano causato la diffusione di un profondo paradosso psicologico: da una parte i perseguitati provavano un forte bisogno di parlare con qualcuno di questa angoscia costante; ma dall’altra sapevano che non ci si poteva più fidare di nessuno, dal momento che gli stessi parenti avrebbero potuto tradire e consegnare i propri conoscenti ebrei alle milizie nazi-fasciste. Allora che fare? Come parlare di qualcosa di tanto pressante e opprimente per la propria vita quotidiana, e al tempo stesso così indicibile? Come fare a liberarsi dalla tensione e dall’angoscia, se perfino gli amici più cari si voltano dall’altra parte quando ti incrociano per la strada? Si sviluppa così una dimensione intimistica della memoria e della trasmissione di questi avvenimenti. E ciò può avvenire parlandone di nascosto nel chiuso di una stanza sicura, o affidando questa incertezza quotidiana alle fedeli pagine del proprio diario (sono i casi raccontati rispettivamente da Enrica Asquer ne La scelta e da Giulia Albanese ne L’esame).

Per concludere, vorrei abbozzare una breve riflessione sul cosiddetto “paradigma vittimario”. Infatti, con una sola eccezione (Il nome di Andrea Molesini), tutti gli autori hanno scelto di porsi dal punto di vista delle vittime, dimostrando ancora una volta quanto sia difficile, oggi, immedesimarsi nei carnefici. Celebri tentativi su questa linea sono stati tentati in passato, talvolta con effetti eccezionalmente positivi: dall’indagine storico-filosofica di Hannah Arendt sulla Banalità del male ai famosi studi storici di Christopher Browning e Daniel Goldhagen su Uomini comuni e Volenterosi carnefici di Hitler, passando attraverso gli esperimenti sociali di Stanley Milgram e Philip Zimbardo. Senza voler entrare nel dibattito pluridecennale su quale fra i due punti di vista – quello delle vittime o quello dei carnefici – sia il più adatto a studiare questa materia, mi preme qui evidenziare quanto, nella letteratura più ancora che nella storiografia, sia il paradigma vittimario quello maggiormente prediletto da scrittori e studiosi. Forse perché è questo il punto di vista nel quale la stragrande maggioranza dei lettori odierni si rispecchia? Seguendo una tendenza che si è affermata già all’indomani della seconda guerra mondiale, della quale una prova evidente è fornita dalle aspre critiche rivolte a quanti hanno cercato di spezzare questa visione univoca (basti pensare all’accoglienza ricevuta da La banalità del male alla sua uscita nel 1963), la sensibilità delle generazioni nate nel dopoguerra è riuscita – e continua su questa linea – quasi unicamente ad entrare in empatia con le vittime. Provare ad immedesimarsi con i carnefici della Shoah mette come minimo a disagio, quando non provoca l’aperta ostilità e il disprezzo morale nel lettore.

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Pubblicato in: Recensioni

Dopo la maturità classica intraprende gli studi universitari in Storia per laurearsi nel 2019 con una tesi sulle origini del fascismo nella Provincia di Venezia.

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